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	<title>petruccifrancesco.it &#187; Racconto</title>
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	<description>Un blog di un fotografo giornalista dove si parla di fotografia, cinema, poesia e narrativa</description>
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		<title>La prima volta</title>
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		<pubDate>Thu, 20 May 2004 18:42:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Ammunizione]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Timido. Ricordo il nostro incontro, anni fa. Fu ad una sorta di cerimonia, c&#8217;erano molte persone, tu le conoscevi tutte, avevate passato del buon tempo insieme. Io ero lì, in veste ufficiale, rivestito del mio incarico. Mi conoscevate tutti, chi più chi meno, almeno una volta, di sfuggita, mi avevate visto.</p>
<p>Per voi tutti fu una sorta di festa, provaste quel misto di gioia e soddisfazione di chi supera un esame, una prova in cui si è cimentato. Così ora, anche voi, avreste guadagnato con merito un incarico e una veste ufficiali. Fu in quel momento che avvenne il nostro primo contatto. La tua pelle delicata, morbida, profumata e giovane. Tutto mi è così chiaro, come se fosse accaduto solo ieri. Rafforzato dal tempo trascorso, rinnovato ad ogni nostro successivo appuntamento.</p>
<p>Mi hai fissato con una tale intensità, che riuscivo a vedere le onde dell&#8217;oceano incresparsi nei tuoi occhi, per un attimo pensai di cedere, di arrossire, ma sarei così venuto meno a quanto io rappresentavo, peggio, avrei usurpato il posto ad altri.</p>
<p>A quanto pare, non fui il solo a provare forti emozioni, anche tu sembravi vistosamente turbata. Credo che a sconvolgerti fosse piuttosto l&#8217;idea che ti eri fatta, tu, una persona così profonda, aperta, a modo: irrompevo nella tua vita fatta di certezze e dialogo, come una tremenda novità.</p>
<p>Ammiccante e titubante fui capace solo di offrirti il mio appoggio e il mio sostegno: qualora ti fossi trovata in difficoltà, avresti sempre potuto contare su di me e io, sarei accorso immantinente.</p>
<p>Osai troppo! Lo so, non me lo puoi negare, anche se hai sempre taciuto il tuo pensiero, forse per orgoglio, forse perché avevo con quell&#8217;offerta valicato il limite invisibile oltre il quale non mi era concesso mettere piede, di lì in poi, cominciasti a sfuggirmi.</p>
<p>I nostri incontri erano rapidi, quasi disonesti tanta la fretta. Aleggiava sempre una sorta di aria pesante, sentivo il tuo freddo distacco e credimi, la tua glaciale indifferenza era un dolore troppo grande per me.</p>
<p>Decisi così di stare al tuo gioco, di non ostacolarti oltremodo, di piegarmi alla tua determinazione che alle volte, scusa il mio sfogo, mi sembrava cieca e ottusa caparbietà. Non sempre sul campo di battaglia si possono trovare punti di incontro, alle volte bisogna essere duri e categorici. Inflessibili! Ma ahimè devo pur ammetterlo, alle volte ero giallo d&#8217;invidia, ché i risultati li ottenevi lo stesso e sembrava il tuo modo di porti, fosse quello giusto: ottenevi il consenso di chi incontravi, a maggior enfasi anche di coloro che se ne andavano con il capo chino, con l&#8217;indelebile marchio della sconfitta. Non timore reverenziale, né fobica o ancestrale paura, ma rispetto!</p>
<p>E l&#8217;unico perdente, a questo punto, ero solo ed inequivocabilmente io. Svuotato e in un certo qual modo privato, defraudato della mia ufficialità.</p>
<p>C&#8217;incontrammo nuovamente, dopo un po&#8217; di tempo che eravamo stati lontani, un sabato sera. Il tuo dolce profumo, era intaccato dall&#8217;amaro retrogusto dell&#8217;acre odore di sigaretta. Avrei volentieri ricambiato il tuo stesso disinteresse, ma ero sicuro che così facendo sarei apparso goffo e impacciato, optai quindi per non fingere.</p>
<p>Nella tua candida veste, assurgevi per l&#8217;ennesima volta a giudice unico. Tutti gli occhi puntati sulla tua figura. Dalle tue labbra, il verdetto, capace di condannare e di assolvere. Ogni tua movenza, ogni tuo gesto, frutto di un attento, quanto rapido esame.</p>
<p>Una sorta di meccanismo automatizzato, instaurato sulla base di una serie di procedimenti fatti ormai tuoi, conscia e detentrice di una scienza perfetta, fallibile però nell&#8217;applicazione dei suoi schemi.</p>
<p>Qualcuno osò contestarti apertamente, in modo secco, brutale e irriguardoso. Nessuna esitazione da parte tua. Un fischio deciso e poi di corsa la mano nel taschino. Sentii le tue unghie grattarmi addosso, poi dal calore dei tuoi polpastrelli, intuii che dovevi essere rossa in viso, emozionata per quanto accadeva, di sicuro, non meno di me. Ma non ebbi il tempo di accertarmene, che fui investito improvvisamente dalla luce artificiale alla quale mi esponevi, dopo tutto il buio nel quale da sempre, mi avevi relegato. Splendente nel mio giallo solare, ritto, imperturbabile, faccia a faccia con il tuo &#8220;aggressore&#8221; mi trovai ad ammonirlo dall&#8217;alto della mia posizione. Tutti hanno quindi guardato a me, alla tua mano tesa che mi reggeva alla persona che teneva il cartellino.un momento di smarrimento seguito da un reverenziale &#8220;Mi scusi arbitro!&#8221;. Ora non ho più paura, non mi sento più abbandonato: siamo finalmente una cosa sola! Mi pento di aver alle volte dubitato di te e delle tue decisioni, di aver potuto pensare che fosse una scelta debole, la tua, di non ricorrere mai al mio aiuto; capisco solo adesso, che hai sempre fatto valere la tua volontà con altri mezzi, più idonei e consoni ai casi volta a volta che ti si presentavano. Tant&#8217;è che quando non hai avuto altra scelta, ecco che hai saputo come utilizzarmi. Ora sono più tranquillo e mi godo il riposo, sdraiato nel tuo taschino.
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		<title>Non ti scordar di me</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Aug 2001 18:31:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Non ti scordar di me]]></category>
		<category><![CDATA[Racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Sogno]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>L'eco dell'ambulanza mi ripiombò nell'afosa realtà, strappandomi con forza a quegli scampoli... <a href="http://petruccifrancesco.it/2001/08/1134-non-ti-scordar-di-me/">Read more</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;eco dell&#8217;ambulanza mi ripiombò nell&#8217;afosa realtà, strappandomi con forza a quegli scampoli di ricordo, a quei brandelli di sogno, che appiccicosi, ancor non si volevano liberare di me.</p>
<p>La stanza, la mia stanza, era avvolta in quella romantica penombra romanzesca, creata dal filtrare della luce solare nelle fessure delle serrande. Ma niente era più lontano di quel luogo dalla penombra che invece già avvinghiava la mia mente. Per una sorta di maleficio, infatti, al mio risveglio al buio completo, ancora vedevo quel pesante portone che fermava gli urti della mia spalla, poi insidiosa la luce si riversava in me da quelle piccole fessure scavate nel mio stanco volto, tutta la luce nel recipiente della stanza, veniva colata nell&#8217;imbuto dei miei occhi e la diga della memoria, come un flebile fuscello, veniva spazzata via dalla tempesta.</p>
<p>Ma qualcosa protestava, le radici, forse, di quel giovane arbusto, rimaste salde nel terreno comunque avessero strappato loro la pianta, volevano che io ricordassi.</p>
<p>Samanta! Samanta. Samanta&#8230; era il nome della donna, quell&#8217;ultima donna che vidi sull&#8217;orlo della mia follia onirica, quell&#8217;ultima donna che vidi prima della botola. Da principio non potevo scambiarla per tale, la botola, in verità era uno spesso portone di assi di legno, tutte verticali, unite tra loro da un&#8217;altra trasversale. Ma la luce filtrava lo stesso nelle imperfezione delle parti, un vecchio portone per una vecchia abitazione.</p>
<p>L&#8217;entrata principale si apriva sulla parete opposta, dando accesso su di uno spazio antistante la casa, che si affacciava sull&#8217;orto e le terre di proprietà della famiglia che un tempo le abitavano.</p>
<p>La donna aveva lasciato volutamente la porta principale aperta, ma di lì non era voluta uscire, perché forse era da quel posto e da quei ricordi che cercava di fuggire, dalle tragedie che si erano abbattute sulla sua famiglia e allora, dopo l&#8217;ultima disgrazia, appresa dall&#8217;uomo che la amava e che stava lavorando nei campi come per telepatia, nel momento stesso in cui lei, intenta a stendere i panni sulla terrazza all&#8217;ultimo piano della casa lo aveva guardato negli occhi ed era rientrata.</p>
<p>L&#8217;uomo, segnato dall&#8217;età e da quanto entrambi avevano vissuto, aveva appoggiato l&#8217;attrezzo contro la siepe; sotto quel cappellaccio di paglia, unto di sudore e di anni, andava ad aggiungersi al suo viso di cuoio cotto dal sole e dalla vita un&#8217;altra tacca, un&#8217;altra screpolatura e mentre mesto si allacciava una camicia a maniche corte a righe verticali blu e bianche, a coprir la canottiera intrisa del suo sudore, ma alla donna quell&#8217;umido indumento ricordava le lacrime mai versate, nella stessa azione si stava ritirando in casa.</p>
<p>La donna aveva visto tutto questo, dopo che aveva intuito, dopo che aveva saputo quanto successo; trafelata aveva sceso i due piani della casa e invece di uscire da quella porta che lo avrebbe proiettata verso il suo uomo, si diresse a quell&#8217;altra, quella che non usavano mai, quella che dava sul retro. L&#8217;uscio in questione era molto stretto, una persona robusta avrebbe dovuto fare spallucce per passare di lì e se fosse stata alta nella media, un poco si sarebbe dovuta chinare, per non picchiare la testa contro il grezzo muro di dure pietre e polveroso intonaco bianco.</p>
<p>Quasi l&#8217;entrata di una casa fiabesca, quasi la porta di Alice nel paese delle meraviglie, la serie di tavole erano al margine destro della parete, strette e rinchiuse in una piccola nicchia. Dall&#8217;altra parte dei gradini salivano al livello del terreno che costeggiava gli stessi e creava un corridoio naturale, fornendo un valido corrimano.</p>
<p>La donna protese la mano verso il chiavistello di ferro che fungeva da maniglia, dall&#8217;altra parte c&#8217;era invece un anello arrugginito dal tempo e con la mano protesa sul legno spinse in avanti, ma non ottenne niente di più che un leggero oscillamento. Come se quella porta rappresentasse la sua unica via di fuga prese a dare spinte più decise, a prenderla a calci, non accorgendosi dalle fessure tra le assi, della polvere che copriva quei gradini, segno dell&#8217;abbandono in cui versava quel passaggio per il non utilizzo da sempre. Poi seguirono le spallate, forti e decise, ripetute, martellanti, come la voce che accompagnava quel moto e ripeteva la stessa frase: <em>non ti scordare</em>&#8230;giù un colpo, <em>non ti scordare</em>&#8230; un&#8217;altra botta, <em>non ti scordare</em>&#8230;e finalmente il sordo frangersi delle assi che cedevano a metà, ma era la mia spalla che doleva per i colpi inferti contro il massiccio ostacolo e quando mi chinai per strisciare sotto la porta, che divelta del tutto dai cardini, o meglio per niente: si era trascinata via tutto il telaio piombando sui gradini esterni, posandosi a mo di botola e lasciandomi solo un cunicolo per passare, quando ero steso per terra con la coda dell&#8217;occhio vidi la donna nello svolazzare delle sue vesti nere oltrepassare di corsa l&#8217;altra porta, quella sempre aperta. Si girò poco prima di scomparire dalla mia vista, per guardarmi negli occhi, per fissarmi intensamente e lo sguardo ripeteva <em>non ti scordare</em>&#8230; <em>non ti scordare</em>&#8230;</p>
<p>Solo allora mi resi conto della polvere e del degrado nei quali versava tutta la casa, dei mobili che arredavano quell&#8217;unico salone dabbasso, riservato sicuramente ad uso cucina, intravedevo le scure sagome di una credenza e uno zoppo tavolaccio, offuscati anch&#8217;essi dalla fuliggine di vecchiaia.</p>
<p>Continuavo freneticamente a spingere con la spalla contro la porta, che mi schiacciava e mi impediva di alzarmi e uscire e ad ogni colpo la solita voce che rimbombava nella mia testa&#8230; <em>non ti scordare</em>&#8230; <em>non ti scordare</em>&#8230; vincendo infine la resistenza fui avvolto dalla luce, una bianca, densa luce, forse un po&#8217; opaca e torbida come un bicchiere d&#8217;acqua stravolto dalla pressione della condotta idrica, <em>non ti scordare</em>&#8230; i denti indolenziti nella morsa in cui si erano serrati per lo sforzo, vedevo solo il bianco attorno a me, <em>non ti scordare</em>&#8230;e poi quell&#8217;ululato ritmico che avvicinandosi dall&#8217;infinito cresceva d&#8217;intensità, fino a raggiungermi, destarmi completamente e sparire di nuovo nell&#8217;infinito.</p>
<p>Ero seduto sul letto, i piedi cercavano il contatto con le ciabatte, sullo sfondo rumore di traffico, in primo piano il caldo, afoso, appiccicoso pomeriggio di agosto in città.</p>
<p><em>Non ti scordare</em>&#8230;ero sveglio? <em>Non ti scordare</em>&#8230; ero sveglio! O almeno nella realtà che mi apparteneva, in un mondo a me familiare.</p>
<p>Mi alzai barcollando, diretto verso il bagno attraverso quel buio rischiarato di una casa con tutte le tapparelle abbassate ma non fino in fondo. E mentre mi sciacquavo il viso dinanzi allo specchio, <em>non ti scordare</em>&#8230; guardavo ancora la porta/botola <em>non ti scordare</em>&#8230; sentivo i denti indolenziti <em>non ti scordare</em>&#8230; scorgendo nel riflesso dei miei occhi fotogrammi dalle tinte ingiallite.</p>
<p><em>Non ti scordare</em>&#8230; ma cos&#8217;era in realtà che dovevo assolutamente ricordare e che voleva io non dimenticassi? In quel breve attimo di lucidità mentale che ci strappa alle ultime briciole di sogno, avevo pensato di fantasticare la trama di un libro, o meglio credevo di essere immerso nella lettura di un romanzo così avvincente da sentirmi nell&#8217;opera stessa; aprendo gli occhi realizzai mentre già le immagini abbandonavano la mia mente, <em>non ti scordare</em>&#8230; che non c&#8217;era un libro tra le mie mani e quel poco che ancora ricordavo, apparteneva unicamente alla mia fantasia.</p>
<p>Un sogno! Possibile che tutto quello era stato un sogno? Sentivo il cuore pesante per le emozioni provate, stanco e forzato, nonostante avessi solo brandelli di volti a me sconosciuti, ma allo stesso tempo così familiari.</p>
<p>Scartavo la logica tesi dell&#8217;esperienza onirica per un impulso istintivo, <em>non ti scordare</em>&#8230;perché nei miei venticinque anni, in tutti i miei sogni, ero sempre stato cosciente e vigile a metà: ero come uno di quei cani da guardia che dormono con un occhio aperto, la mia mente si abbandonava ai filmati proiettati dalla fantasia, dall&#8217;inconscio, ma mai del tutto, c&#8217;era sempre un io presente e consapevole, un&#8217;entità superiore e razionale che mi svelava il trucco mentre continuavo ad assistere allo spettacolo.</p>
<p>Questa volta le cose erano andate diversamente, la sensazione dell&#8217;essere onnisciente non c&#8217;era stata, al contrario avevo addosso quella di testimone e me la portavo direttamente appresso da dovunque fossi tornato, o se preferite dal sogno. Mi sentivo come un reporter su una scena di cronaca, gli eventi si erano svolti in mia presenza, io li avevo vissuti indirettamente in prima persona, cioè non vi avevo preso parte attivamente ma avevo partecipato ad uno stralcio di storia, <em>non ti scordare</em>&#8230; e adesso dovevo far luce.</p>
<p>C&#8217;era stata un tempo una famiglia, felice della normalità di una semplice esistenza. Mondo a loro circostante non esisteva, ma solo c&#8217;era la casa e la terra. L&#8217;uomo e la donna, un tempo ragazzi anche loro, si erano amati da sempre, da quando si erano conosciuti, avevano sempre vissuto insieme ed insieme erano rimasti da sempre.</p>
<p>Avevano avuto un figlio, molto tempo prima, e lo avevano cresciuto nel sole e nel rispetto della terra; nell&#8217;amore che erano riusciti a dargli niente gli era mai mancato.</p>
<p>Il figlio era cresciuto e si era sposato, l&#8217;unica festa era stata quella nei cuori dei genitori ad avere sotto lo stesso tetto il figlio e la giovane moglie. Il figlio non c&#8217;era più, se l&#8217;era preso la terra, che precipitando dentro di sé, l&#8217;aveva inghiottito. Era rimasta solo la giovane donna, di una bellezza sfuggente, ho dimenticato i loro volti come i loro nomi. E quanto a loro accaduto. La sposa era rimasta con loro ed era diventata una figlia. Ma anche la sposa, poi figlia, non c&#8217;era più, questa volta era stato un male incurabile a portarla via.</p>
<p>Erano rimasti i due vecchi, l&#8217;uomo e la donna, i cui volti erano a me familiari ma lo stesso sconosciuti. In ambedue scorgevo i tratti della mia vita.</p>
<p>La donna era in terrazza a stendere il bucato, l&#8217;uomo lavorava nei campi. La donna si sporse a cercare l&#8217;uomo, ma sulla terra antistante la casa c&#8217;erano mia madre e mio fratello ed ero io a fissarli e a sputare sentenze. Stavamo litigando e il veleno dell&#8217;odio offuscava la mente. Avevano lasciato incustodito qualcosa di mio, niente di importante e comunque non ricordo cosa e le api ci avevano fatto un nido. O erano vespe? La rabbia era tanta perché adesso avrei dovuto bruciare l&#8217;oggetto, ché ormai era inservibile. Ci mise poco a prendere fuoco e le api iniziarono ad uscire fuori, in uno sciame infuocato.</p>
<p>La maggior parte cadevano a terra, dei piccoli tizzoni fumanti, altre piroettavano contro il muro ché tanto le ali si andavano squagliando per il calore. Lo stesso ebbi un sussulto, forse provai paura e scagliai via quello che sembrava una scarpa. La scagliai sul tetto, e il legno prese fuoco, così come la casa all&#8217;interno. Passai fra le fiamme che non mi divorarono ma al piano di sotto l&#8217;incendio era terribile.</p>
<p>Il fumo mi soffocava e il calore già mi bruciava, mio fratello da fuori stava per entrare, da quella che era la porta principale, ma io non volevo essere salvato e travi di legno caddero a bloccare il passaggio.</p>
<p>Poi la donna tornò in me o meglio vidi la donna cercare una fuga dalla porta che dava sul retro della casa, ma questa era bloccata ed ero stato io ad averla chiusa per restare in quella prigione rovente.</p>
<p>Le spallate che scuotevano la porta erano le mie, ma le fiamme non c&#8217;erano più, ma il ricordo di queste sì. La donna che vidi dirigersi fuori dalla casa era finalmente consapevole della mia presenza e forse ero io ad averla fatta andare via. Quando si girò a guardarmi per dirmi <em>non ti scordare</em>&#8230; per ripetermi <em>non ti scordare</em>&#8230; aveva capito che io ero sempre stato presente e che tutto quello che era successo era stata colpa mia.</p>
<p>Io mi ero intromesso nel loro mondo, presente, passato o parallelo che fosse e la loro realtà era stata stravolta dalla mia intrusione, la loro vita contagiata e distrutta quella dei loro cari. I miei morbi mentali, i fumi della mia ira e comunque solo le infette mie carni avevano intaccato e guastato quel piccolo paradiso.</p>
<p><em>Non ti scordare</em>&#8230; ora so cosa voleva dirmi, <em>non ti scordare</em>&#8230; era un monito ad un dio distratto intervenuto a modificare un mondo che solo ha contribuito a creare, ma che più non gli appartiene, <em>non ti scordare</em>&#8230; che tu ci hai creati e lasciati a noi stessi, <em>non ti scordare</em>&#8230; che noi abbiamo vissuto, <em>non ti scordare</em>&#8230;che quando ti sei ricordato di noi e ci sei venuti a trovare, tu ci hai distrutti, <em>non ti scordare</em>&#8230; di noi se puoi!
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		<title>Cornelius day</title>
		<link>http://petruccifrancesco.it/2000/09/1131-cornelius-day/</link>
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		<pubDate>Tue, 12 Sep 2000 12:27:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Camerata Nuova]]></category>
		<category><![CDATA[Cornelius day]]></category>
		<category><![CDATA[Racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Sogno]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>A Renato: saranno vuoti d'ora in poi i vicoli di Camerata Nuova, ma ancor di più i nostri... <a href="http://petruccifrancesco.it/2000/09/1131-cornelius-day/">Read more</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/gongolo/298136305/" title="Camerata Nuova di gongolo, su Flickr"><img src="http://farm1.static.flickr.com/99/298136305_26a5ee8168_o.jpg" width="950" height="636" alt="Camerata Nuova" /></a></p>
<p><em>A Renato: saranno vuoti d&#8217;ora in poi i vicoli di Camerata Nuova, ma ancor di più i nostri cuori, ché il tuo ricordo, non basta a riempirli!</em></p>
<p>Mi svegliai intirizzito, disteso e immobile come un verme congelato, le coperte, come al solito, erano scivolate via e io giacevo lì, inerme, al centro del letto. La stanza era in penombra, dalla finestra ai piedi del mio letto filtrava luce a sufficienza perché tutti gli oggetti mi apparissero chiari. Per quanto attenti si poteva essere, sarebbe sempre entrata un po&#8217; di luce che gli scuri, logori e viziati dal tempo, non lavoravano più a dovere, in più, fuori c&#8217;erano ancora le persiane e non le tapparelle.</p>
<p>Nonostante la pigrizia mi dovetti alzare, badando a non svegliare tutte le cellule celebrali perché desideroso di tornare a letto, spinto dall&#8217;impellente bisogno di urinare. La birra della notte appena trascorsa aveva già fatto il suo corso.</p>
<p>Il sommesso vociare proveniente dall&#8217;esterno, non mi aiutava a capire se fossi tornato a casa solo da pochi istanti, o se fosse già mattino, ma ancora troppo presto per far riempire la via principale del paese di gente. D&#8217;altra parte, quando ero rincasato, allo steccato di fronte casa mia, c&#8217;era un gruppo di ragazzi intenzionato a tirar ancora per le lunghe, eh si che erano già le cinque! Così scivolai ciabattando per la camera, noncurante del rumore ché ero solo in quella casa, e imboccate le due porte, mi trovai al bagno.</p>
<p>Non accesi la luce, per evitare il traumatico impatto con le provate retini e mi appoggiai alle pareti di quello che poteva sembrare uno stretto corridoio. Essendo la casa molto vecchia, il bagno era stato ricavato sfruttando un balcone e la profondità non era quindi mutata. I piedi sembravano inghiottiti da tenebre profonde, che il pavimento blu scuro, non m&#8217;indicava il tragitto fino alla tazza. Fortunatamente le maioliche delle pareti erano bianche, con una geometria ad incastro di rombi concentrici e riuscii più o meno ad orientarmi nel dedalo dei sanitari, anche perché, prima della vasca che segnava la fine della stanza, lì era la meta.</p>
<p>Aperta la patta del pigiama, la vescica fece il resto del lavoro per me e io potevo rilassarmi pensando ad altro, ad esempio del perché, la vasca sulla mia destra era colma d&#8217;acqua, anzi un po&#8217; ne trabordava fuori.</p>
<p>Con un po&#8217; di stupore mi accorsi anche che il bagno era stato ulteriormente allungato: dove prima si alzava una parete, al limite di uno dei lati lunghi della vasca, nonostante fosse di quelle microscopiche con sedile incorporato, c&#8217;era una specie di gradino, che continuava appunto l&#8217;altezza della vasca verso l&#8217;esterno.</p>
<p>Una strana appendice, insolita e inutile a mio avviso, che con le possibilità di poter al meglio sfruttare quel poco spazio a disposizione, invece di installare una doccia, comoda e funzionale e togliere definitivamente quella bagnarola per i piedi, qualcuno e intanto pensavo a mio zio Franco, avesse costruito quella sorta di ripiano.</p>
<p>Sparsa su questo una copiosa quantità di foto in bianco e nero scannerizzate al computer e ritoccate manualmente con gli acquerelli, rappresentanti alcune paesaggi, altre invece matrimoni. Il colpevole di quel lavoro non poteva che essere mia cugina Gabriella, l&#8217;unica nelle due famiglie che si dividevano solitamente la casa, a nutrire una passione artistica, oltre a me naturalmente, ma io, era chiaro, sapevo di essere innocente.</p>
<p>Con grande abilità e maestria, mi potei sporgere oltre la vasca piena d&#8217;acqua per esaminare meglio le fotografie senza smettere di urinare, ma proprio per guardare se riuscivo a centrare la tazza col mio gettito solare, feci scivolare alcuni fogli, forse tutti, dentro l&#8217;acqua. Li osservavo galleggiare sulla superficie e intanto, assorbire avidamente il liquido che andava sfumando e sciogliendo il prezioso apporto del colore.</p>
<p>Mi rendevo conto del pasticcio combinato, ma il mio interesse principale era arrecare sollievo alla vescica e fu quindi un gesto di stizza quello che mi fece spingere definitivamente sotto la superficie dell&#8217;acqua, i fogli che avrei potuto salvare. Mi sarei occupato di loro in un secondo momento!</p>
<p>Mentre tiravo lo sciacquone sentii nuovamente un rumore alla porta, come se qualcuno fosse entrato. Mio cugino Alessandro, il fratello di Gabriella, sarebbe dovuto arrivare la sera successiva, questo suo inatteso anticipo avrebbe rovinato anche qualche mio programmino romantico&#8230; pazienza. Rimasi in attesa di una voce di saluto, dei passi che salivano la scala&#8230; niente, meglio così, un falso allarme. Sicuramente il rumore del vento. decisi allora di salvare il possibile e immergendomi fino ai gomiti nell&#8217;acqua fredda, raccolsi tutti i fogli e li tirai fuori sgocciolanti, ne feci una sorta di rotolo gigante e zuppo, come quando si mette via un tappeto e abbracciandolo lo portai nell&#8217;altra stanza da letto, quella di fronte alla mia.</p>
<p>Come già detto era una casa pratica, di quelle con le pareti in grezza muratura. Il portone, che si affacciava sulla via principale del paese, si apriva su un piccolo atrio di due passi quadrati, sulla destra una stanza utilizzata sia per dormire, quando tutte le persone delle due famiglie occupavano la casa, sia come salone.</p>
<p>Al suo interno un tavolo rotondo, un divano ed una poltrona letto, con un mobile che fungeva da piccolo ripostiglio ed un armadio. Il camino di quella stanza era chiuso da tempo. A sinistra della porta invece, la cucina, con pavimento di cotto, un&#8217;antica credenza per le stoviglie, un moderno tavolo dalla forma rustica, un lungo piano di lavoro in marmo con incastonati lavandino, macchina a gas, lavatrice, lavastoviglie&#8230; il camino di questa stanza ancora attivo e funzionante.</p>
<p>Sopra la cucina, la mia camera da letto, sopra l&#8217;altra stanza, quella dei miei zii, raggiungibili entrambe dalle scale che partivano dalla porta di casa. Alla fine dei gradini, il bagno. Una casa semplice quindi, di quelle funzionali e rigorosamente divise in zona giorno, da piedi, zona notte, in alto. Un tempo ci si raccoglieva sotto lo stesso tetto in nove, la mia famiglia e quella della sorella di mio padre, due figli per ciascun nucleo più la nonna.</p>
<p>Le gocce d&#8217;acqua del fagotto fotografico erano preda della polvere che riposava nella camera di mia zia, al centro della stanza, invece del letto matrimoniale e vuota quindi per la sua assenza, la rossa poltrona del salone sottostante. Posai il tutto lì sopra.</p>
<p>Mi girai per far ritorno alla mia camera, chissà se sarei mai riuscito a prendere sonno e notai il passaggio di un&#8217;ombra che aveva appena infilato la porta del bagno. È difficile pensar male ed avere paura in un paesino come Camerata Nuova, dove ancora il giorno si lasciavano le porte delle case fiduciosamente aperte, solo mi venne la curiosità di sapere chi poteva essere, beninteso adesso ero totalmente sveglio e di tornare a letto non se ne parlava proprio. Feci per andare a vedere ma ecco che dal bagno mi viene incontro Luciano, lo zio della mia amica d&#8217;infanzia Giusy, nostro vicino di casa. Era un uomo che andava per la cinquantina, alto, robusto, i capelli di quel castano rossiccio che ricorda le foglie in autunno, l&#8217;accenno di una barba non fatta. In mano aveva un grosso mazzo di chiavi.</p>
<p>- &#8220;Eccoti finalmente&#8221; mi apostrofò lui &#8220;che ci fai ancora così?&#8221;</p>
<p>Seguii il suo sguardo e mi resi conto di essere ancora in pigiama, o meglio, lo sapevo benissimo come ero vestito: mi ero appena alzato ma lui mi fece sentire a disagio non perché non indossavo qualcos&#8217;altro, ma proprio per il tono che aveva usato nella domanda.</p>
<p>Comunque riuscii ad imporre dell&#8217;autorità nella domanda che di rimando gli rivolsi:</p>
<p>- &#8220;Ora mi vesto, ma che ci fai tu qui?!&#8221;</p>
<p>- &#8220;Come cosa? Oggi è il Cornelius Day!!!&#8221;</p>
<p>Credetemi, era la prima volta che sentivo parlare di quella storia, la prima volta che sentivo quel nome, ma l&#8217;enfasi usata, l&#8217;eccitazione nella sua voce e quella nota di rimprovero nei miei confronti per una simile dimenticanza, spalancarono le porte della mia ignoranza e in un attimo iniziai a comprendere.</p>
<p>Cornelius, per quanto potevo aver recepito in quella frazione di secondo nella quale i neuroni decisero di funzionare e come nella meiosi, per crossing over, con qualche germe dell&#8217;aria avevano ottenuto preziose informazioni, era una specie di colonizzatore, come quelli che si vedono nei film del far west, un pioniere, ecco, questo è il termine più azzeccato. Colui che aveva fondato il paese, posato la prima pietra di molti edifici. Più o meno la figura, l&#8217;idea che mi ero fatto di Cornelius era quella di un tozzo tracagnotto, malconcio e maleodorante, la barba irta e pungente, grigiastra per la polvere e l&#8217;età, un cappellaccio a tesa larga ma spiovente calato sulla testa, logori pantaloni da lavoro sorretti da straccali di corda e ridete pure se volete, una piccozza in mano. Lo so, è uno stereotipo romantico di fine ottocento, ma a me piace.</p>
<p>- &#8220;Va bene, ho capito, ma come hai fatto ad entrare?&#8221;</p>
<p>E Luciano, quasi intenerito, con la stessa pazienza che si può usare con un bambino piccolo che non capendo, chiede spiegazioni sul chi siamo, da dove veniamo, e perché siamo qui:</p>
<p>- &#8220;Con le chiavi. Ho la copia di tutte le costruzioni fatte da Cornelius, dai sbrigati, che adesso arriva gente!&#8221;</p>
<p>E come per incanto la luce che inondava le scale e proveniva dal portone era offuscata dalla silhouette di una signora che stava salendo. Dalla cucina sentivo altre voci. A quanto pare gli informatori dei miei neuroni avevano fatto il doppio gioco o più semplicemente si erano divertiti alle nostre spalle e non ci avevano fornito particolari interessanti ed importanti sulla storia.</p>
<p>Comunque sia, anche Luciano dava per scontato che io avrei dovuto sapere che durante il Cornelius Day, quindi una sorta di commemorazione di questo &#8220;grand&#8217;uomo&#8221;, monumenti, stalle, chiese, case abitate o non che erano stati eretti o più semplicemente risalivano al tempo di Cornelius, venivano aperte al pubblico nella condizione in cui si trovavano.</p>
<p>Iniziavo a capire queste cose di pari passo che mi rendevo conto della gente che era già in giro per le mie camere. Sentivo parlare queste donne, o almeno le voci che si confidavano erano tutte femminili:</p>
<p>- &#8220;Lo vedi questo muro? E quella persiana? Si vede proprio la mano di Cornelius!&#8221;</p>
<p>Ma allora questo tizio era anche un&#8217;artista; era come se avesse trasformato in opera un intero paese per lasciarlo in memoria ai posteri. E noi tutti, presenti in quel giorno, eravamo trasformati o meglio ingoiati dal frutto del suo genio. Come se partecipassimo ad un presepe vivente! Una strana inquietudine turbava il mio animo, una sorte di insofferente disagio. Pensai agli antichi romani, al loro tempo, a come si sarebbero potuti sentire se una loro colonia fosse resistita fino ai nostri giorni e visitata di continuo da frotte di intrusi e turisti. Pensate per un momento se il foro fosse ancora popolato, con i suoi nobili senatori in toga e sandali, e la gente del nostro mondo si affacciasse nelle loro ville per osservarli, studiarli. Addio intimità domestica!</p>
<p>Me ne stavo imbambolato in mezzo allo spazio fra le tre stanze del piano superiore, con il mio bel pigiama a righe verticali, uno di quelli a taglio classico maschile, con camicia a bottoni e taschino, per nulla imbarazzato di potermi mostrare ad estranei in quello stato: figuriamoci, se non lo erano loro, dovevo forse preoccuparmi io? Solo allora diedi una rilevante importanza al lavoro di mia cugina, forse tutta quella che gli avevo negato quando l&#8217;avevo pigramente lasciato ammollo nella vasca; comunque ero preoccupato che si potesse ulteriormente rovinare e feci dietro front per andare a metterlo al sicuro, solo che al suo posto, sulla poltrona, c&#8217;erano dei piccoli cartoncini, che nulla avevano a che fare con dei fogli formato A4.</p>
<p>Chiesi allora ad una signora lì vicino sui trent&#8217;anni, strano sul serio, ma oltre a me e Luciano, che nel frattempo era sparito, in casa vedevo e sentivo solo donne, se avesse visto del materiale fotografico sulla poltrona. Lei, l&#8217;unica in quella stanza, mi indicò appunto i cartoncini e io avvicinatomi per vedere meglio, sono un po&#8217; miope ed appena alzato, senza occhiali e lenti a contatto posso anche sbagliarmi, mi accorsi che i cartoncini altro non erano che figurine di calciatori.</p>
<p>Rimasi un po&#8217; perplesso, cosa ci facevano quelle figurine e dov&#8217;erano le foto di mia cugina, poi mi resi conto che erano la stessa cosa: ogni calciatore era stato modificato: come abbiamo fatto tutti noi da piccoli c&#8217;era chi aveva un paio di baffi, chi gli occhiali, chi la barba o una cicatrice, chi la benda da pirata su un occhio&#8230; il tutto fatto a penna ma da mani esperte. Sul serio non c&#8217;erano differenze tra quanto avevo affogato intorpidito dal sonno e quello che avevo davanti agli occhi, o meglio c&#8217;erano, non sono stupido, ma era come se non ci fossero, la stranezza di quello scambio e il riconoscere la divergenza fra quello che cercavo e ciò che trovavo non mi impensieriva: accettavo i fatti così come mi si presentavano.</p>
<p>Raccolte tutte le figurine mi sono imbattuto in Andrea e Duilio, fratelli, figli di Pasqualino, caro amico di mio padre. Si può dire che ci eravamo conosciuti quell&#8217;estate, anche se in un paese dove si trascorrono tutte le estati fin dall&#8217;infanzia è difficile non conoscere le persone che ci vivono tutto l&#8217;anno, ma loro avevano adesso quasi diciotto anni ed essendo io di sei anni più grande, non avevamo in passato avuto contatti, mentre quando si supera l&#8217;adolescenza, non c&#8217;è una marcata differenza generazionale e si sta tutti insieme. Loro facevano parte di uno dei cinque gruppi o nuclei di ragazzi con i quali spartivo le giornate e le nottate cameratane e con orgoglio posso dire che quei ragazzi si erano affezionati a me. Anche loro mi piacevano.</p>
<p>È stata un&#8217;estate positiva, quest&#8217;ultima, almeno per il mio tasso di popolarità. Dopo un&#8217;assenza di due anni, l&#8217;agosto scorso ero tornato in paese, da solo e avevo facilmente riallacciato tutti i contatti con le persone che lo frequentano saltuariamente e con quelle che ci vivono. Avevo verso la fine della mia permanenza litigato con un paio di persone, una ancora mi porta rancore minacciando persino atti di violenza nei confronti delle mie tuttora, fortunatamente, integre gambe, ma è difficile scoraggiarmi.</p>
<p>Quest&#8217;anno sono tornato volentieri e con più enfasi e l&#8217;aver partecipato per la prima volta al memorial di calcio a cinque, che si svolge da nove anni, essere arrivato in finale, aver sfiorato la vittoria contro la squadra perennemente campione, ha contribuito a farmi apprezzare, conoscere&#8230; è stato un momento di comunione, una di quelle cose che mobilitano l&#8217;intero paese, che riempiono la bocca di tutti e per un paio di settimane non si parla d&#8217;altro. I ragazzi perché giocano e le squadre si sfottono a vicenda, le ragazze perché guardano i ragazzi e si litigano i più carini&#8230;</p>
<p>Comunque rivolsi anche a loro la medesima domanda: &#8211; &#8220;Che ci fate qui?&#8221; ovviamente la risposta era scontata.</p>
<p>- &#8220;Che ci facciamo? Ma oggi è il Cornelius Day. E la prima casa che visitiamo è proprio la tua, così ti siamo venuti anche a trovare!&#8221;</p>
<p>Credetemi, sono rimasto senza parole. Non mi riuscivo ad abituare a quella storia. Invece di uscire dalla stanza e dirigermi nella mia, per mettere al sicuro le figurine optai per andare fuori in balcone, che dava sul retro della casa.</p>
<p>Che magica visione mi si parava dinanzi: Barbara, detta la micia, soprannome che lei e il fratello avevano ricevuto in eredità dal nonno, il gatto appunto. Indossava una lunghette nera, di quelle un po&#8217; svasate, come il calice di un fiore, l&#8217;ombelico lasciato maliziosamente scoperto da una corta canottiera color prugna, sorretta da sottili spalline, il tutto sottolineava l&#8217;elegante portamento di un&#8217;atletica figura cresciuta dalla ginnastica artistica.</p>
<p>I castani capelli screziati da fili di miele carezzavano lievemente le spalle, con esperta mano se ne passò sensualmente una ciocca dietro l&#8217;orecchio, gli occhi brillavano di luce propria, le labbra, morbide e succose a vedersi, invitanti nella loro fisicità, dischiuse in un amabile bacio all&#8217;aria, mostravano l&#8217;avorio di una fila di denti. Credetemi, più che un gatto, sembrava una nera pantera, carica di pericolosa, seducente e aggraziata femminilità.</p>
<p>Fortunatamente quella mattina niente sembrava imbarazzarmi e sinceramente le dissi:</p>
<p>- &#8220;Sei veramente bella!&#8221;</p>
<p>Niente di più semplice, niente di velato o appesantito da ornamenti poetici, la nuda e cruda verità. Era semplicemente bella e glielo avevo detto in modo altrettanto semplice.</p>
<p>Arrossì leggermente, ma il colore delle sue guance era più un rosa pesca, intonato alle labbra; altrettanto semplicemente mi avvicinai ancor di più e le passai una mano fra i capelli, il palmo colmo della carezza della sua pelle. Credo che non avrei avuto difficoltà nel darle un bacio e lasciar morire lì il mio respiro, ma non era ciò che volevo in quel momento. Le figurine caddero a terra, nuovamente avevano perso importanza le fatiche lavorative di mia cugina; le posai una mano sul fianco abbronzato, gustandomi il contrasto della freschezza di quel contatto, con l&#8217;altra scivolai lungo il suo braccio fino ad intrecciare le nostre dita.</p>
<p>Nonostante le ciabatte riuscii a coinvolgerla in un&#8217;elegante valzer e stranamente il balcone sul quale ci trovavamo, ci permetteva di piroettare. Al posto di un angusto deposito per uno striminzito stendi panni, stavamo danzando sul pavimento di cotto di una splendida veranda, che affacciava su colline boscose. Un tetto spiovente coperto di tegole riparava le nostre teste e alcune colonne incorniciavano il panorama.</p>
<p>Quello che più mi sorprendeva era come non mi fossi accorto in precedenza dei lavori che aveva fatto mio zio e di quanto poco tempo avesse impiegato, ma in definitiva avevo evitato di utilizzare quella zona della casa, per non dover pulire una stanza in più.</p>
<p>Malgrado il piacere nello stringere quel corpo di donna e dell&#8217;inebriante profumo che estasiava i miei sensi, fui distratto dal fastidioso martellare proveniente dall&#8217;angolo più lontano della veranda.</p>
<p>A quanto pare il designato elemento disturbatore della giornata, che avrebbe continuato ad irrompere nelle mie attività con l&#8217;unico scopo di interromperle era Luciano. Eccolo ora intento a smantellare alcune maioliche del pavimento con una mazzetta da operaio. Non gli era bastato avermi impedito di tornare a dormire e aver guidato un&#8217;invasione all&#8217;interno della mia casa, no, ora doveva ostacolare il mio corteggiamento volante.</p>
<p>Superato l&#8217;impatto del fastidio, per aver lasciato allontanare Barbara dal mio corpo, mi resi conto del danno che stava facendo Luciano alla mia povera seppur irriconoscibile casa. Sapete già quale era la causa del lavoro, chiamiamolo così, che stava facendo vero?! Lo sapevo anch&#8217;io, ma glielo chiesi lo stesso, che sciocco.</p>
<p>- &#8220;Sono i lavori per il Cornelius Day!&#8221;</p>
<p>Di quali lavori si trattasse non lo so proprio, solo vedevo stavano facendo un buco a casa mia e la cosa non mi andava giù, soprattutto pensando a quando lo avrebbe saputo mio padre. Ovviamente per avere spiegazioni non era a lui che dovevo rivolgermi e sapendo dove andare, uscii per strada, si sempre in pigiama, e mi diressi al vicolo dietro casa.</p>
<p>Anche lì c&#8217;era qualcosa che non andava, qualcosa di nuovo, ma era solo un particolare di scarsa rilevanza. Quello che mi chiedevo era, possibile che non mi fossi accorto di tante piccole cose, ma che cosa avevo fatto o guardato durante tutta l&#8217;estate?! Per come ricordavo io quel vicolo, la parte costeggiante il retro della mia casa era delimitata solo dalle mura esterne degli edifici, invece adesso, a mezza altezza, c&#8217;era un grezzo muro, che seguiva l&#8217;andatura in discesa della strada. Un muro di quelli che ad urtarci contro ci si scortica la pelle, un muro adatto ad ambientarci l&#8217;episodio de i promessi sposi della conversione di Lodovico in padre Cristoforo, quando per una precedenza cavalleresca non osservata, chi rasentava con la destra un muro aveva diritto di passare, un suo amico viene ucciso e lui vendicatolo, prenderà poi il suo nome a ricordo di quanto accaduto. Un muro particolare, quindi.</p>
<p>Salivano la strada, rasentando con la sinistra il muro in questione, questo va detto per la cronaca, Mariano il macellaio ed un crocicchio di paesani di tarda età.</p>
<p>La persona che cercavo era proprio lui, continuatore della tradizione e del lavoro di suo padre, mandava avanti una delle due macellerie del paese, l&#8217;unica dove da sempre mi ero rifornito della squisita e saporita carne, ingrediente principale delle estive scampagnate e braciolate. In quel giorno particolare, Mariano svolgeva ruolo di sindaco, o meglio di sovrintendente ai festeggiamenti, quindi chi meglio di lui per aver spiegazioni.</p>
<p>Al contrario di come si era sempre mostrato nei miei confronti, affabile e cortese, Mariano non aveva la minima intenzione di chiarire i miei dubbi e anzi la mia ignoranza l&#8217;aveva a tal punto innervosito, da sfidarmi apertamente in una pubblica scazzottata per risolvere la questione, forse il muro aveva ispirato anche in lui le medesime emozioni che poco prima avevo provato io, con l&#8217;unica differenza che questa volta, ci tengo a ripeterlo, era la mia destra a reclamare diritto di precedenza.</p>
<p>Accettai l&#8217;insolita e démodé sfida, difficile me ne sfugga qualcuna, ma chiesi una proroga di tempo: questa volta il pigiama era inadatto e fuori luogo e avevo voglia di cambiarmi. Tra le risate degli astanti, e con l&#8217;appuntamento di incontrarci di lì a poco, mi diressi verso casa per mettermi qualcosa di più pratico e nuovamente, io e Luciano incrociammo il passo. Questa volta scoppiai a piangere, quelle lacrime spinte dalla tensione del momento, accusandolo di avermi cacciato in una marea di pasticci, lui, che oltretutto conosceva mio padre. La tensione accumulata, per l&#8217;appunto, era sempre dovuta al timore della reazione paterna, non per il duello, al quale non pensavo minimamente.</p>
<p>Impietositosi, sarà stata una tattica la mia(?!?), Luciano mi consegnò tre fogli bianchi, piegati in quattro. Erano lettere per mio padre.</p>
<p>Tenendole in mano cominciai a sentirmi più sicuro, quegli innati poteri di chiaroveggenza sopiti in tutti noi, si erano di colpo destati, e di nuovo come nella meiosi il solito crossing over, questa volta fra le cellule della mia mano e gli atomi di carta intrisi d&#8217;inchiostro.</p>
<p>Concentrandomi sul primo foglio, capii che i lavori che stavano facendo a casa mia, servivano per portare corrente alla strada che collegava il paese con il Parco Nazionale, ad otto chilometri di distanza. Non mi ci volle molto per apprendere il contenuto della seconda lettera. Questa spiegava a mio padre quanto accaduto, sollevandomi al contempo da qualsiasi responsabilità e il modo per ottenere a spese del Comune, un risarcimento danni più un premio per il disturbo. Finalmente la terza: celava il segreto e la spiegazione sull&#8217;intera faccenda del Cornelius Day&#8230;</p>
<p>Mi svegliai intirizzito, disteso e immobile come un verme congelato, le coperte, come al solito, erano scivolate via e io giacevo lì, inerme, al centro del letto. La stanza era in penombra, dalla finestra ai piedi del mio letto filtrava luce a sufficienza perché tutti gli oggetti mi apparissero chiari. Per quanto attenti si poteva essere, sarebbe sempre entrata un po&#8217; di luce che gli scuri, logori e viziati dal tempo, non lavoravano più a dovere, in più, fuori c&#8217;erano ancora le persiane e non le tapparelle.</p>
<p>Nonostante la pigrizia mi dovetti alzare, badando a non svegliare tutte le cellule celebrali perché desideroso di tornare a letto, spinto dall&#8217;impellente bisogno di urinare. La birra della notte appena trascorsa aveva già fatto il suo corso.
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		<pubDate>Tue, 29 Feb 2000 18:22:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>A quella famiglia speciale che mi fa sentire un membro della stessa dimostrandomi affetto e fiducia in ogni occasione: a Stefano, Loredana, Ilaria e Simone.</em></p>
<p>Le ampie vetrate inondavano di luce il salone, sì che la stanza era tutta un riflesso dorato.</p>
<p>Un&#8217;unica ombra si dondolava al centro del bianco marmoreo pavimento. Il frenetico ansimare di quel bambino perennemente raffreddato era accompagnato dal frusciante scartabellare di fogli e giornali.</p>
<p>La bionda testolina era riversa ciondoloni all&#8217;interno di un cassettone e ogni tanto da questo, come un geyser, un foglio di carta volava nell&#8217;aria, per poi seguire la sua disordinata planata verso terra. Tutt&#8217;intorno cartacce spiegazzate e appallottolate, sterili gomitoli di bianco e nero e qualche vivace arlecchino disegno.</p>
<p>Poi quella sua puerile amabile dislessia: &#8220;Mamma, dov&#8217;è Franchesso coiboi?&#8221;</p>
<p>- &#8220;Cerca bene, dev&#8217;essere là dentro.&#8221;</p>
<p>Intanto la giovane signora entra nella stanza e si avvicina al figlio ormai esausto dalla ricerca. Francesco cow-boy era una foto del baby-sitter del bambino, risalente al primo carnevale che i due avevano passato insieme. Ritraeva il ragazzo vestito da capo a piedi di frange e cuoio, borchie luccicanti e pelle di renna. Un grosso cinturone di sbieco attorno alla vita e l&#8217;imitazione di una scintillante colt nella mano destra.</p>
<p>L&#8217;intenzione del ragazzo, era stata quella di rendere omaggio al piccolo, sono passati tre anni da allora, ché al ritorno dall&#8217;asilo, disteso sul tappeto di casa insieme a Simone, allestiva quasi sempre un fortino e la battaglia che al suo interno poteva svolgersi tra indiani e soldati del settimo cavalleggeri. Quell&#8217;anno Simone si era ovviamente mascherato da pellerossa, con il suo copricapo di fagiano, il coltello appeso alla cintura e l&#8217;ascia di guerra di gomma piuma sempre in mano, o meglio sulla testa di qualche altro bambino.</p>
<p>Francesco, ormai, non c&#8217;era più.</p>
<p>- &#8220;Cerca bene Simone, la casa nasconde ma non ruba!&#8221;</p>
<p>I vacui occhi castani del bambino balzavano desolati sul contenuto del cassettone. Aveva investigato con diligente circospezione tutto il materiale cartaceo e non, ma niente, la foto non si era trovata.</p>
<p>Quella notte si ritrovò di traverso nel letto, avrebbe voluto chiamare il padre, per farsi portare un bicchiere d&#8217;acqua tanta era la sete, ma dei secchi scricchiolii di alberi in frantumi lo avevano fatto desistere e rintanare sotto le coperte, a chiedersi quali orrende creature abitassero mai le tenebre della sua casa.</p>
<p>- &#8220;Dove hai messo lo scontrino della spesa di ieri?&#8221; andava apostrofando l&#8217;indomani la mamma di Simone nei confronti del marito.</p>
<p>- &#8220;É lì sulla mensola della cucina!&#8221;, quasi un eco, proveniente dalla camera da letto, dall&#8217;altra parte della casa.</p>
<p>La mensola della cucina, fosse facile: era una casa moderna, di quelle funzionali con tutto alla portata di mano e praticamente, le mensole avevano sostituito i ripiani o quasi. Poco sopra il lavello c&#8217;era quella dei detersivi, sulla sinistra, sulla destra invece, sfalsata rispetto alla prima spugne, guanti e presine. Sul lato opposto, quindi, partendo in bell&#8217;ordine dall&#8217;alto, quasi tanti gradini di una scala in sezione: i piatti e le porcellane di varie località turistiche; brocchette e mestoli di rame; spezie varie; altre spezie ma dai sapori orientali; biscotti e crackers.</p>
<p>Per l&#8217;affannosa ricerca, la donna si era anche resa conto della necessità di dare una spolverata ad un simile ricovero di sporcizia, ché se già le cucine sono grasse quelle moderne hanno la fastidiosa complicazione di moltiplicare la fatica spacciandola per funzionalità.</p>
<p>Quanta importanza può avere uno scontrino? Quasi nessuna, una volta usciti dal negozio e aver superato il terribile quanto leggendario controllo finanziario del medesimo da parte degli addetti all&#8217;incarico; quasi nessuna importanza per la stragrande maggioranza delle persone. Ma quando tua moglie annota ogni singolo movimento di ciò che è considerato moneta, la questione diventa se non vitale, più che rilevante per la salute dei tuoi nervi. E come se non bastasse, lo scontrino deve indicare in dettaglio le singole voci ed articoli, non ci può essere solo il totale.</p>
<p>- &#8220;Non lo trovooo!!!&#8221; e di rimando: &#8220;Abbi pazienza, prima o poi salta fuori. La casa nasconde ma non ruba!&#8221;</p>
<p>Anche quella notte la serenità del sonno di Simone fu interrotta e spazzata bruscamente via da quei secchi rumori di rami spezzati. Si seguivano a distanza ravvicinata, o comunque il piccolo, rimaneva con gli occhi sbarrati e tratteneva il fiato aspettando il successivo, e quando questo tardava, riprendeva si a respirare ma facendo molta attenzione a non far rumore. Il resto della notte trascorse così, ma almeno aveva individuato la provenienza di quello schioccare di frusta: la sala da pranzo, cosa che lo aveva ancor di più sprofondato in uno stato di reverenziale timore, visto che era la stanza più vicina alla sua cameretta.</p>
<p>Soltanto le prime luci del giorno con il relativo risvegliarsi della casa, nonché dei suoi genitori rassicurarono un po&#8217; Simone, che decise finalmente di scendere dal letto.</p>
<p>Lasciati alle spalle gli incubi della notte a Simone non rimaneva che affrontare la quotidiana realtà di un padre in frettoloso e irritante procinto di uscire per andare a lavorare, che si accorse di lui solo per travolgerlo con la sua possente quanto cavernosa voce: &#8220;Dove hai messo la penna di papà? Quante volte ti ho detto di non usare le mie cose e se proprio non ne puoi fare a meno, di rimetterle al loro posto?&#8221;</p>
<p>Accennando un timido sorriso, incorniciato da due terrificanti occhiaie, Simone pensò bene di ironizzare su quell&#8217;umana disgrazia: &#8220;La casa nasconde ma non ruba!&#8221; veloce quanto dolorosa la reazione del padre, che lo lasciò piangere in mezzo alla stanza e se ne andò sbattendo furiosamente la porta dopo avergli stampato un poderoso ceffone sul viso.</p>
<p>L&#8217;inquietante rumore di quella notte fu più forte del solito, ma questa volta Simone era deciso a risolverne il mistero e in più aveva dalla sua la scimmia di peluche che lo avrebbe difeso da qualsiasi cosa.</p>
<p>Così a piccoli passi nudi sul freddo pavimento si diresse furtivamente verso la sala da pranzo dove ancora non sapeva cosa lo attendeva. Allungò la timida mano verso la porta socchiusa della stanza e quasi questa scottasse la toccò appena per farla scorrere nella penombra.</p>
<p>Nell&#8217;angolo opposto della stanza il Mivar 28 pollici, tv color che il padre aveva occasionalmente comprato giusto la stessa settimana, giaceva sull&#8217;apposito carrello in una tetra scomposta posizione, con il pannello posteriore scoperchiato e riverso a terra. Una verde luminescenza fuoriusciva dall&#8217;apertura inondando con la sua stravagante consistenza l&#8217;angolo più vicino e da questo si rifletteva in tutta la stanza.</p>
<p>Simone mosse altri passi in quella direzione, sempre più timoroso ma convinto allo stesso tempo che Booghy, la sua scimmietta, l&#8217;avrebbe senz&#8217;altro protetto.</p>
<p>Arrivò, infine, dinanzi a quelle disarticolate fauci che vomitavano noncuranti la loro calda essenza. Il bambino pensava che dentro quello scatolone di plastica, dietro il vetro e quindi proprio dove ora stava guardando lui, si nascondessero chissà quale mistura di bottoni e pulsanti colorati e grovigli di fili elettrici, luci e altre meraviglie tecnologiche, ma mai avrebbe pensato di assistere a quello spettacolo. Avvolti nel cuore di quell&#8217;esplosione di luce c&#8217;erano l&#8217;apribottiglie della Peroni, un vecchio quaderno consunto, una pallina di gomma, qualche biscotto, una candela, alcuni braccialetti ed incredibile ma vero, accatastata da una parte, una pila di scontrini della spesa, unti e accartocciati e. quella lì nell&#8217;angolo non era forse la penna di papà? Ma si che lo era. Eppure c&#8217;era qualcosa di strano, oltre naturalmente al fatto che quegli oggetti si trovassero all&#8217;interno del televisore: Simone aveva stentato a riconoscere la penna perché era come se fosse avvolta da una coltre di polvere, il suo colore, all&#8217;interno della luce dava l&#8217;impressione che fosse molto vecchia, mentre quella del padre era lucida e pulita, come del resto tutte le cose che l&#8217;uomo usava per il lavoro. Sembrava come trovarsi di fronte alla vetrina di un negozio di antichità e cianfrusaglie dimenticato dal tempo e dall&#8217;uomo.</p>
<p>Il piccolino si stagliava incredulo dinanzi a quel mistero, penzoloni dalla sua mano, quella di Booghy, come un papà con il proprio figlio. Poi all&#8217;improvviso, mentre credeva di aver scorto la fotografia di Francesco, la luce divenne più densa, colma di un brusio sinistro e il fragore di un fulmine che si abbatte con irruenza su di un albero per schiantarlo calò nel silenzio della casa.</p>
<p>L&#8217;indomani mattina, marito e moglie si alzarono come al solito per affrontare una nuova giornata. Entrando nella cameretta di Simone trovarono le coperte accartocciate in un&#8217;esanime lombrico, ma il bambino non c&#8217;era e neanche in bagno, o in cucina e nel resto della casa.</p>
<p>L&#8217;ultima stanza nella quale andarono a guardare fu la sala da pranzo, ritenendo insolita la presenza del piccolo proprio in quel luogo ed infatti c&#8217;era solamente Booghy, seduta dinanzi al televisore, in attesa dell&#8217;inizio dei programmi del mattino.</p>
<p>La donna raccolse la scimmietta, insieme la portarono sul letto di Simone e guardandosi l&#8217;un l&#8217;altro: &#8220;La casa nasconde ma non ruba!&#8221; scoppiando in un&#8217;aliena risata. Teneramente abbracciati si diressero verso la cucina.
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		<title>Buchi neri</title>
		<link>http://petruccifrancesco.it/1998/07/1124-buchi-neri/</link>
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		<pubDate>Thu, 09 Jul 1998 18:18:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Buchi neri]]></category>
		<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Horror]]></category>
		<category><![CDATA[Metastasi]]></category>
		<category><![CDATA[Morte]]></category>
		<category><![CDATA[Racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Tumore]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Non so quando tutta questa mia sofferenza sia cominciata, da quanto tempo io viva con questo... <a href="http://petruccifrancesco.it/1998/07/1124-buchi-neri/">Read more</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non so quando tutta questa mia sofferenza sia cominciata, da quanto tempo io viva con questo strazio, né tanto meno riesco a ricollegare una prima volta ad uno specifico episodio della mia vita. Mi appare confuso, ripensare a quei giorni in cui mi sentivo bene e la paura di morire ancora non albergava nel mio animo. Ma ormai anche questa è passata ed ha ceduto il passo alla razionalità, alla consapevolezza. Non vivrò ancora per molto, credo ormai che si tratti di poche ore ma non è questo che mi spaventa, piuttosto temo che non sarà una morte serena, sempre che così possa definirsi la morte&#8230; ma che qualcosa di ancor più terrificante mi accompagni fino all&#8217;estremo saluto.</p>
<p>Vi accorgerete della mia assenza, fra un giorno o due e allora verrete qui a cercarmi, non so quale straziante spettacolo sarete costretti a sopportare, né se le vostre stesse vite saranno messe a repentaglio, su questo devo ammettere la mia ignoranza, ma spero che questi miei ultimi scritti possano esservi in qualche modo d&#8217;aiuto o di monito, qualora ci sia ancora del tempo, per voi.</p>
<p>Ricordo comunque che è stato un continuo crescendo di dolore e di panico, un avvicendarsi sempre più breve di spasmi e convulsioni, con la conseguente attesa e bramosia di brevi momenti di quiete, purtroppo sempre più rari e preziosi in questi ultimi giorni. É come se un folle direttore d&#8217;orchestra, dai radi capelli bianco &#8211; grigiastri scompigliati, avesse scatenato tutto il suo estro svuotando le tenebre di una penna su di un pentagramma, in una rapsodia crescente in cui note e pause non esistono più e il vibrante, martellante succedersi delle percussioni culmina nell&#8217;esplosione dei cimbali, che ad opera terminata ancora pervadono l&#8217;aria.</p>
<p>Così, dapprima le fitte erano qualcosa di cui meravigliarsi, tanto che mi chiedevo cosa avessi potuto fare o mangiare da sentirmi male, poi capii che non ero io l&#8217;artefice, ma solo uno strumento, un mezzo e come tale adoperato. Quella che mi assaliva, era una morsa che aggrediva in un&#8217;unica fascia tutte le mie interiora, da fianco a fianco, senza nulla risparmiarmi. Sentivo i miei organi contorcersi, gridare e soffocare e io con loro, poiché il respiro mi mancava, quasi che l&#8217;aria da me boccheggiata, fosse satura di gas.</p>
<p>I dottori non riuscivano ad aiutarmi, il più delle volte nemmeno mi capivano, qualsiasi cura risultava vana e dispendiosa, ma soprattutto mi faceva dubitare della scienza. Quando mi proposero di fare lastre ed esami più specifici mi rifiutai proprio per questa mia sfiducia, ma soprattutto perché già avevo capito cosa mi era successo e non volevo essere sfruttato e mantenuto in vita quale cavia per esperimenti e studi scientifici.</p>
<p>La risposta alle domande rivolte alla medicina era cresciuta in me insieme al dolore e di questo stesso e non del mio intuito, frutto. Un morbo o un qualche virus alieno era riuscito ad entrare nel mio organismo, tramite le vie respiratorie o una puntura d&#8217;insetto o chessò. L&#8217;importante, o meglio la cosa più drammatica è che quest&#8217;essere mi aveva scelto quale sua dimora. Come un paguro che adatta lentamente la conchiglia a sé, man mano che cresce, così io venivo adattato alle esigenze del mio sgradevole ospite. Sgradevole non solo perché indesiderato, chi mai potrebbe volere la propria fine e in un modo così cruento, ma anche perché sapevo quale era il suo aspetto.</p>
<p>Non l&#8217;avevo mai visto, e mai lo vedrò, se non quando mi avrà totalmente consumato e uscirà dalle mie viscere, facendosi strada squarciandomi l&#8217;addome. Ripeto, pur non avendolo mai visto, posso per certo dire che la sua schiena è irta di terrificanti aculei, al posto degli arti delle enormi chele dentate, la testa e il corpo sono un tutt&#8217;uno, una pallottola nauseabonda, su cui si aprono da parte a parte voraci e fameliche fauci, da cui partono tentacoli nodosi che hanno funzione visiva e uditiva. Sul colore non posso giurare, ma io lo vedo nero come la notte in cui vive e rosso come il sangue di cui si nutre. E il sangue che ha alimentato simile abominio è il mio&#8230;</p>
<p>Non so se sia proprio della sua natura, forse si nutre di tutto quello che gli capita, ma ha iniziato con dei piccoli morsi al mio fegato, ne strappava dei pezzettini, tanto per gradire e lì è iniziato il mio calvario. Forse se fosse stato già più grande, almeno quanto lo è ora, si perché il bastardo cresce, il mio supplizio non sarebbe stato tanto lungo, credo che il mio organismo non avrebbe resistito ad essere spazzato, o meglio spazzolato via in un solo boccone. Invece no, lui era una piccola tenera canaglia e piccoli e teneri i pezzettini della mia pancia che andavano a riempire la sua, Dio il sangue che ho sputato in quei giorni!</p>
<p>Ho cominciato ad avere paura quando ho pensato che presto sarebbe finita, cioè che presto non avrebbe più potuto dilettarsi del mio intestino, né il suo viscido e squamoso corpo si sarebbe più imbrattato con i miei succhi gastrici, presto io avrei finito le scorte e allora, cosa sarebbe stato di me? Avrebbe cominciato a mangiare le mie carni, magari una fetta di culo vicino all&#8217;osso o avrebbe preferito qualche costarella? Il dolore di cui sovente mi lamentavo sarebbe stata un&#8217;inezia, in confronto a quello che avrei provato, e infatti fu così&#8230; solo che smise di divorarmi. Semplicemente, almeno per come la vedo io, si mise a spingere la sua schiena contro l&#8217;interno della mia pancia, e io sentivo quegli aculei trafiggermi e uccidermi. Ma la carogna è furba, non poteva uccidermi, chi altri gli avrebbe procurato da mangiare, se io fossi morto?</p>
<p>E infatti, ogni volta che lui mi stuzzicava, io fagocitavo quantità enormi di cibarie, per placare più la sua che la mia fame, ero diventato anche stitico, tanto che non avevo più organi per la digestione né niente di quello che finiva nel mio corpo era per la mia digestione. Credo che il mio sbaglio più grande sia stato quello di assecondarlo, era troppo piccolo, forse, per poter uscire dal mio corpo e comunque sia, anche riuscendoci, dove si sarebbe nascosto, una volta fuori. Un po&#8217; più grande di un gatto non sarebbe di certo passato inosservato, e anche se terribile dentro di me, nel mondo sarebbe diventato preda a sua volta. Nutrendolo ho contribuito alla sua crescita, rendendolo un pericolo per chi lo incontrerà. Per questo vi chiedo scusa, ma avevo altra scelta, cosa dovevo fare, uccidermi? E se avessi fallito, o più semplicemente mi fossi sbagliato sul suo conto? Se lui non aspettava altro che io mi squarciassi da solo il ventre, così da renderlo libero di scorrazzare per il nostro mondo?</p>
<p>Oh mio Dio, un&#8217;altra fitta, se avessi ancora le budella giurerei che qualcosa o qualcuno, e io so chi, le stia dilaniando e contorcendo. No, credo di aver capito, è giunta la mia ora, il dolore che sento, le mie carni: sta per uscire, vedrò l&#8217;orrore che è in me&#8230; <em>Due giorni dopo sfondarono la porta, i vicini di casa, preoccupati per la sua salute, avevano avvisato le forze dell&#8217;ordine. Lo trovarono seduto ad uno scrittoio, la testa china in una pozza di sangue rappreso, il corpo livido di un fetore nauseabondo. Dall&#8217;autopsia risultò che una massa tumorale l&#8217;aveva divorato dall&#8217;interno, le metastasi erano sparse per tutto il suo corpo. </em>
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		<title>Briciole dalla Torre di Babele</title>
		<link>http://petruccifrancesco.it/1998/04/1121-briciole-dalla-torre-di-babele/</link>
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		<pubDate>Tue, 21 Apr 1998 18:08:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Anno nuovo vita nuova]]></category>
		<category><![CDATA[Briciole dalla Torre di Babele]]></category>
		<category><![CDATA[Disperazione]]></category>
		<category><![CDATA[La fine e il principio]]></category>
		<category><![CDATA[Prove in laboratorio]]></category>
		<category><![CDATA[Racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Rovine di un tempio antico in mare]]></category>
		<category><![CDATA[Sesso]]></category>
		<category><![CDATA[Sul filo del raosio]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>1 La fine e il principio "Fra noi è tutto finito!" Così, semplicemente con questa frase... <a href="http://petruccifrancesco.it/1998/04/1121-briciole-dalla-torre-di-babele/">Read more</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>1<br />
La fine e il principio</strong></p>
<p>&#8220;Fra noi è tutto finito!&#8221; Così, semplicemente con questa frase già fatta, queste parole prive di qualsiasi calore, ma ugualmente gravi di un significato sconvolgente, la sua ragazza poneva la parola fine a quasi tre anni di intensa relazione. A quanto diceva, era ormai satura di quel rapporto, le solite incomprensioni erano ormai più importanti dell&#8217;amore che entrambi provavano, tanto da indurla a prendere quella decisione.</p>
<p>Dritan accolse la notizia con relativa calma, intendendo che una reazione brusca ed aggressiva, non avrebbe portato a nulla.</p>
<p>In quegli attimi di silenzio che seguirono, gli occhi di lei in basso per la vergogna, quelli di lui fissi sul volto imperscrutabile della ragazza, cercando di afferrare quello sciabordio di pensieri e sentimenti che come un fiume in piena, fuoriuscivano dalla sua mente. Un&#8217;evasione in piena regola, tutto il suo Io correva come un pazzo, a briglia sciolta. Il suo Orlando si era ormai scatenato, furioso per la situazione che gli veniva imposto di accettare, inerme di fronte a quel drago che aveva aperto le fauci per inghiottirlo.</p>
<p>Più volte aveva trattenuto l&#8217;acqua del cuore, che amara velava i suoi occhi. Avrebbe conservato almeno la dignità, ma non perché denigrasse piangere, anzi sentiva il bisogno di farlo, bensì perché temeva che si sarebbe gettato ai suoi piedi, umiliandosi e supplicandola di tornare sui suoi passi.</p>
<p>Quando aveva ascoltato quelle crude spiegazioni, gli occhi di lei gli avevano rivelato che non doveva nutrire alcuna speranza, e allora perché affaticarsi per qualcosa perso in partenza?! Non aveva certo subito senza provare a reagire, ma ai suoi limpidi ragionamenti, erano seguiti altrettanti spietati rifiuti. E relativo dolore!</p>
<p>Una grigia ed insalubre foschia gli era penetrata nel cuore e lo stava soffocando, togliendogli il respiro.</p>
<p>Restarono insieme, se così si può dire, ancora un po&#8217;, poi ognuno per la sua strada. Già, ma quale era la strada di Dritan? Tutto quello che aveva fatto, non lo aveva forse proiettato verso una meta ben precisa, tutti quei passi, non si erano inoltrati sul cammino della vita in due? Con gran sorpresa si accorse di essersi imbattuto in un vicolo cieco, ma nonostante si fosse voltato indietro, speranzoso, alle sue spalle non scorgeva più le orme che sino a lì lo avevano condotto.</p>
<p>Come sul bagnasciuga, la risacca si era impadronita di qualcosa che ora non gli apparteneva più, se non come languido ricordo. Non che avesse già dimenticato la più piccola cosa, al contrario, quanti e quali sentimenti proiettavano gli occhi della sua mente sullo schermo del cuore, ma erano tutti frammenti, moncherini privi di un elemento essenziale, di un corpo che li tenesse saldi fra loro.</p>
<p>Ora si trovava smarrito, disperso in un&#8217;ampia radura; qualsiasi direzione avesse intrapreso poteva andare bene, d&#8217;altronde, qualsiasi passo avesse mosso, avrebbe potuto precipitarlo in un crepaccio. E lo stare fermi, immobili, non era anche quella una soluzione?!?</p>
<p>Era tanto che non si fermava ad ascoltare la propria voce, sempre immerso nella corrente com&#8217;era e pronto a lottare per quello che credeva giusto. Solitamente, poi, le cose le faceva e basta, istintivamente, perché dentro di sé sapeva di dover muoversi in un determinato modo e di conseguenza si comportava. Ma adesso che l&#8217;ecatombe incombeva, udiva indistintamente il sordo suono del suo respiro, e solo quello. Possibile che ci fosse tutto quel silenzio, quando fino a poco prima, aveva una risposta per tutto, o credeva di averla?</p>
<p>Il suo orgoglio non gli avrebbe mai permesso di gettarsi consapevolmente in uno dei tanti crepacci che si aprivano tutt&#8217;intorno a lui, ma gli sarebbe piaciuto inciamparci per disgrazia, o meglio, per puro caso. Avrebbe potuto anche mentire a se stesso, fingere di non sapere dove avrebbe trovato la morte certa, e continuare a camminare noncurante in quella direzione.</p>
<p>Ora che la speranza aveva cessato di pompare sangue nelle sue vene, credeva di voler annientare tutto il dolore che albergava nelle sue carni. E questo dolore non era altro che amore. Amava ancora quella ragazza che aveva aiutato a crescere, e che divenuta grande, lo aveva allontanato, ma le voleva un bene dell&#8217;anima e pur di non perderla, era pronto ad accettare le condizioni che lei aveva imposto. Continuare a vedersi, sì, ma non stare più insieme.</p>
<p>Dritan non sapeva se fosse o meno onesto con se stesso, accontentarsi di quei forzati incontri, pur di vederla, o frequentarla sperando che cambiasse idea. D&#8217;altronde continuava a ripetersi che concederle quello che gli chiedeva, era proprio ciò che avrebbe impedito un impensabile ripensamento. Infine, così si trastullava, vederla gli avrebbe provocato maggiore sofferenza, e adesso lui voleva soffrire, sperando di bruciare tutto e subito.</p>
<p>Lei lo aveva barbaramente lasciato, perché continuare a provare tutto quel trasporto per una persona che non ti vuole, meglio raggiungere il suo stesso livello, per quel che concerne i sentimenti e vivere più tranquillamente i giorni che sarebbero venuti.</p>
<p>Così cominciò la sua guerra di annientamento! Era pronto alla distruzione completa, fiducioso di raggiungere in tal modo la salvezza eterna&#8230; sarebbe invece sprofondato in una tortura infinita?!? Aveva deciso di scoprirlo.</p>
<p>Tanti dicevano di invidiare quella posizione che ora, costretto o meno, si trovava a ricoprire: era una persona libera e poteva fare quello che voleva, divertirsi più di chiunque altro. E invece lui non invidiava affatto la situazione attuale, ed era sicuro che libertà non implicasse divertimento. Era contento di come andavano le cose in precedenza, era felice di vivere assieme alla sua ragazza e avrebbe continuato a farlo, se solo gli fosse stato concesso.</p>
<p>Aveva pensato di tormentarla, di supplicarla, di dimostrarle che la sua scelta era sbagliata, di scivolare in uno stato di atarassia finché qualcuno non fosse andato a scuoterlo. Cadere in una specie di letargo, eclissarsi dal mondo e dai suoi sentimenti.</p>
<p>Già, quei famosi sentimenti che sempre aveva seguito, di cui sempre si era ciecamente fidato e che lealmente aveva rispettato e onorato. Ma erano gli altri che non li rispettavano, o tantomeno trovavano più facile calpestarli, seguendo oscuri impulsi che a volte, solo la bieca natura umana è capace di dettare.</p>
<p>Ebbene, per una volta, anche per Dritan non ci sarebbero state né remore, né limiti ispirati dalla lealtà, da un senso di giustizia e dall&#8217;amore. Non avrebbe di certo calpestato gli altrui sentimenti, o almeno avrebbe prestato la massima attenzione perché questo non accadesse, ma voleva provare a seguire la carne, il suo corpo e non più cuore e ragione.</p>
<p>Questa era la sua scelta e l&#8217;avrebbe affrontata con tutte le sue energie, salvo che altri imprevisti, non lo avessero distolto da quel proposito.<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p><strong>2<br />
Prove in laboratorio</strong></p>
<p>Un fisico asciutto, slanciato e ben fatto, occhi miele-dorati, moro, poteva definirsi senza esitazioni un bel ragazzo&#8230; in più era molto socievole e dotato di vivacità e simpatia fuori dal comune. Ma seduttori non lo si diventa da un giorno all&#8217;altro, e questo lui lo sapeva. Non aveva mai avuto problemi ad allacciare immediate amicizie con chicchessia e specialmente, era molto apprezzato dall&#8217;altro sesso. Godeva dell&#8217;invidiabile fortuna di conoscere molte belle ragazze, tutte sue amiche, ma negli ultimi tempi, quando l&#8217;amicizia assumeva caratteri diversi, sfociando in velate dichiarazioni di attrazione fisica, lui era sfuggito a queste avance, a volte troncando quasi definitivamente il precedente rapporto.</p>
<p>Questo perché credeva nell&#8217;amore, quello che provava per la sua ragazza, e il tradimento, anche perché ne portava dentro le bruciature, era per lui qualcosa di bieco e corrotto. Non sarebbe mai stato capace di commettere qualcosa di così turpe, né avrebbe avuto la forza di conviverci.</p>
<p>Quindi, quando temibili predatrici avevano cercato di abbrancare le sue carni e queste, non indifferenti, avevano fatto ribollire il suo sangue, lui era semplicemente scappato. Ma ora l&#8217;agnello voleva trasformarsi in un branco di lupi famelici, scarni per la fame che, accerchiato un gregge, hanno come unico problema, quello di scegliere la prima vittima. In ogni modo voleva evitare di passare come uno di quegli sfigatissimi lupi da cartone animato che, nonostante innumerevoli sforzi e arzigogoli vari, finiscono sempre con un pugno di mosche.</p>
<p>Avrebbe voluto raggiungere il suo scopo con il semplice schiocco delle dita, e forse un po&#8217; s&#8217;illudeva, che bastasse solo quello. Quindi era necessaria una strategia curata nei minimi dettagli. Forse, prima di arrivare al sodo, avrebbe dovuto fare un po&#8217; di pratica, cercare di catturare più ragazze possibili nella sua ragnatela, guardare quali esche non funzionavano e scegliere le migliori.</p>
<p>E mentre fantasticava su ansanti grovigli di corpi umani, la sua ragazza, la sua ex-ragazza si era nuovamente fatta sentire. Convinto di poter più velocemente e molto più drasticamente debellare il suo dolore con la stretta vicinanza, Dritan aveva finito con l&#8217;accettare l&#8217;invito di uscire con Micol, solamente tre giorni dopo che questa lo aveva scaricato.</p>
<p>Affascinato dalla via di sesso che la sua mente voleva aprirgli, una sconcertante prospettiva si fece avanti nei suoi desideri. Per una serie di circostanze, il discorso fra i due era scivolato proprio sul sesso, così lui propose, quasi senza vergognarsene, che quell&#8217;amicizia che lei gli imponeva, avrebbe potuto assumere aspetti più intimi. Di sicuro la ragazza si meravigliò per quello che aveva appena udito, ma forse ad essere sorpreso, fu lo stesso Dritan. Perché si era accorto che quello che aveva chiesto, era ispirato solo in minima parte dai sentimenti di amore che provava per quella che ancora vedeva come la sua ragazza.</p>
<p>Entrambi avevano perso insieme la loro verginità, in una stellata sera d&#8217;estate, sulla spiaggia, e da quella prima volta, la loro intesa sessuale si era eccezionalmente raffinata. Avrebbe volentieri fatto l&#8217;amore con quella ragazza solo ed esclusivamente per il piacere di farlo, per il modo in cui l&#8217;avrebbero fatto e quella, in pratica, era la sua proposta: lei gli chiedeva di continuare a vedersi, non come ragazzo e ragazza, ma come amici; lui, d&#8217;altro canto, le chiedeva di continuare a fare sesso unicamente per la voglia di farlo. Non c&#8217;era stata risposta.</p>
<p>Lo stesso il neo-promosso &#8220;aspirante cacciatore&#8221; aveva iniziato a muovere i primi passi, su quel vasto territorio che l&#8217;università e la metropolitana gli offrivano.</p>
<p>La prima occasione, un paio di giorni dopo, al rientro a casa, proprio su un vagone della metro. Una misteriosa creatura, di cui il solo viso faceva capolino da una montagna di panni pesanti, sedeva di fronte a lui. Il primo fu uno sguardo timido, distratto, colpevole, che subito cercò rifugio in uno slogan pubblicitario. Ma il ragazzo, sentendo il fascino della sfida, si fece coraggio e tornò a cercare gli occhi di lei&#8230; e li trovò che fissavano i suoi.</p>
<p>Per tutta la durata del viaggio le loro iridi continuarono a fissarsi, studiarsi, infiammarsi. Per un paio di volte, Dritan sentì un tiepido languore sciogliere la fuligginosa coltre che gli gravava sul cuore. Arrivò infine la sua fermata e prima di scendere, Dritan regalò un&#8217;ultima ammaliante occhiata alla ragazza, che ricambiò cortesemente. Lei scese alla fermata successiva.</p>
<p>Per la prima volta in tre anni, aveva guardato una ragazza che non fosse Micol, con l&#8217;esplicito intento di conquistarla. Era molto contento, perché ora il suo proposito gli sembrava più realizzabile di prima. Non gli interessava conoscere il nome di quella ragazza, né rimpiangeva di non averci parlato, un passo alla volta, questo si ripeteva e questo intendeva fare.</p>
<p>Se l&#8217;avesse nuovamente incontrata, forse le avrebbe rivolto la parola, ma anche se non l&#8217;avesse mai più rivista, era ugualmente soddisfatto e si sarebbe ricordato per sempre di quell&#8217;incontro, anche perché la gioia che a tutti i costi cercava e si procurava, scaturiva da una premessa di dolore.</p>
<p>Il giorno dopo fu meno fortunato. Se ne stava seduto su una panca, in un corridoio semi-deserto dell&#8217;università, immerso nei suoi pensieri. Cercando di comporre una poesia, la prima che non dedicava alla ragazza che amava, anche se per vie scoscese era sempre lei la fonte della sua ispirazione, quando un&#8217;altra studente gli si sedette accanto.</p>
<p>Con la coda dell&#8217;occhio Dritan spiava la sua vicina, immersa curiosamente in quello che stava facendo. Tanto che alla fine, armata di un po&#8217; di coraggio, inopportuno forse, gli chiese che cosa stesse scrivendo. &#8220;Una poesia!&#8221; rispose molto fieramente, sollevando lo sguardo dal foglio, per poi riposarvelo. Prima che potesse riprendere a scrivere, lei lo interruppe nuovamente: &#8220;Di cosa parla?&#8221; Cedendo alle sue pressioni e sperando di rammentarsi in un secondo momento i versi che aveva pensato: &#8220;Di una storia d&#8217;amore, non a lieto fine&#8221;.</p>
<p>I due scambiarono qualche frase di routine, per poi finire col parlare di racconti e poesie, anche lei scriveva, molto raramente. Gli ricordava una sua conoscenza, che non gli era neanche molto simpatica e questo andava a peggiorare quella sensazione, che da predatore fosse tornato preda. Infatti scorgeva negli occhi di lei, quando parlava di questa o quell&#8217;altra storia, un&#8217;impellente brama di ardore, quasi maniacale. Si conoscevano da meno di un&#8217;ora e già la ragazza si nutriva di ogni sua parola, come se lui fosse il profeta di un&#8217;arcana setta, custode del segreto dell&#8217;immortalità. Questo lo faceva sentire a disagio, soprattutto perché non le piaceva quella ragazza e le vittime della sua vita prossima, doveva essere lui a sceglierle.</p>
<p>Fortunatamente dovevano entrambi seguire delle lezioni, differenti, un ottimo pretesto per svignarsela.</p>
<p>Alessandra, invece, la conobbe il giorno seguente, durante un&#8217;ora di laboratorio di lingua inglese. Era una ragazza molto alta, quasi quanto lui, ramati capelli le sfioravano la marcata linea mascellare, chiari occhi verdi scrutavano il mondo da lenti di una delicata montatura, conferendole un&#8217;aria di svagato interesse per quel che spaziava nel suo orizzonte visivo. Succose labbra rimanevano perennemente dischiuse in procinto di baciare, una perlacea scogliera era celata da queste.</p>
<p>Era seduta proprio accanto a lui, che non poteva non guardarle furtivamente le gambe, sensualmente modellate, fasciate da un bianco pantalone aderente. Le sinuose onde dei suoi muscoli non erano interrotte neanche dalla presenza di un paio di stivali, che le conferivano il fascino aggressivo di un&#8217;amazzone. Si sentiva fortemente attratto da quella ragazza e sarebbe stato veramente lieto di provarci con lei, e di riuscirci.</p>
<p>Intanto Micol continuava a telefonare e lui accettava quegli incontri, magari approfittando dell&#8217;intervallo tra una lezione e l&#8217;altra. Quando stavano insieme, troppe volte si sentiva l&#8217;imbarazzo di lei nel guardare gli occhi di lui, che troppe volte, era costretto a reprimere dei gesti che ancora gli venivano spontanei. Assurdamente il suo animo si placava alla sola vicinanza della ragazza, ma non perché provasse qualche speranza, bensì proprio perché gli riusciva più facile accettare la situazione, vivendola di prima persona, e non limitandosi ad immaginare il tutto.</p>
<p>Trascorse una settimana, la prima, e arrivò nuovamente il week-end. Si era rassegnato a trascorre un noioso sabato sera a casa, anche perché i suoi amici, in fatto di organizzazione, erano un vero disastro e ognuno pensava prima alle proprie uscite, e poi a fare qualcosa tutti insieme. Ma se altre volte aveva rimediato a questa mancanza, affrontando un piacevole tete a tete con un altrettanto piacevole persona, ora si sentiva più solo che mai.</p>
<p>Come una zattera sballottata dalle onde, illusa speranza di salvezza, quella sera si fece sentire un suo vecchio amico delle medie, Gabriele, con cui, anche se sporadici, ancora esistevano dei contatti. Dopo le solite formalità sulla salute, la famiglia e gli studi, le classiche, questa volta inopportune domande su Micol. &#8220;Mi dispiace&#8221; disse solamente Gabriele, e Dritan gliene fu molto grato. Sorvolarono oltre, magari anche perché all&#8217;amico, ancora doleva la sua delusione d&#8217;amore. Anche lui dopo tre anni aveva visto finire la relazione con la sua ragazza, ma era stato lui a prendere la decisione, rivelatasi in seguito molto saggia. Semplicemente non si trovava più bene nei panni del fidanzato, legato da catene troppo strette, che finivano col soffocare la sua gran voglia di libertà. A conferma della sua prigione dorata, il disperato tentativo della ragazza di rimanere incinta, o comunque, di fingersi tale solo per costringere Gabriele a rimanerle vicino, chiamando in causa le sue responsabilità di futuro genitore.</p>
<p>Quella sera ci sarebbe stata una festa e visto che Gabriele non gli aveva dato possibilità di scegliere, Dritan si accingeva a cambiarsi, d&#8217;abito e di spirito. Continuava a ripetersi di cogliere qualsiasi occasione al volo, e possibilmente di crearsele lì dove non ce ne fossero; dapprima perplesso, alla fine convinto, prese con sé un preservativo. Tutto il contrario di quanto avesse preventivato o sperato: una festa a casa e non in un locale, pochissime ragazze, da poterle contare su una mano, priva di due dita, tutte con i rispettivi ragazzi. In compenso i genitori della festeggiata non avevano badato a spese, in fatto di cibo e si potevano preparare i più svariati panini o tartine; inoltre era scampato alla noia casalinga, anche se inciampando in una semi-noia estranea&#8230; Una grandiosa festa all&#8217;insegna della cannabis.<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p><strong>3<br />
Sul filo del rasoio</strong></p>
<p>I giorni trascorrevano ricordando quella condanna all&#8217;esilio, come i granelli di sabbia che scivolano lungo le pareti di freddo vetro di una clessidra, precipitando in un vortice e sprofondando in altra sabbia, aspettando solo di ricominciare daccapo. Dritan era un tipo ostinato e trasformava molte delle cose che faceva in una sfida alle sue capacità, alla sua volontà. Ed era un tipo che non amava perdere, a meno che il suo avversario non fosse più degno di lui della vittoria. Ma visto che era l&#8217;unico concorrente, non ammetteva sconfitte e quella sfida in cui l&#8217;avevano schiaffato, doveva trasformarsi in uno splendido trofeo. Così per quanto amaro fosse il boccone, si trattava di farci l&#8217;abitudine, così come si era abituato a dividere la sua vita con la ragazza che amava, ora non doveva più dividere niente, riappropriarsi della sua persona e imparare ad usarla meglio di quanto avesse mai fatto prima di allora.</p>
<p>Non rimpiangeva nulla, né tantomeno si rimproverava di non aver fatto questo o quello; sapeva ancora apprezzare il tempo trascorso insieme a Micol, necessario ad entrambi per crescere e far tesoro di esperienze, ma sapeva altresì che non poteva permettersi di sprecare la minima parte della sua vita, e stare ad aspettare un ripensamento da parte della ragazza, o tornarci insieme alla condizione che sarebbe stato l&#8217;unico a mettere da parte l&#8217;orgoglio, impegnandosi e scendendo a compromessi, sarebbe stata una perdita di tempo.</p>
<p>Armato di questi buoni propositi, il cavaliere solitario si preparava a combattere la sua crociata personale. La posta in palio era molto alta, ma quanti e quali sacrifici gli avrebbero permesso di conquistare la sua libertà?!</p>
<p>S&#8217;incontrarono nuovamente, in un&#8217;aula deserta del dipartimento di lingue. Parlarono di tante cose, soprattutto di quella proposta che Dritan aveva avanzato e che Micol, alla fine, aveva accettato. Alla fine perché in un primo momento riteneva di doversi sentire offesa da tale richiesta, che quello poteva essere uno stratagemma per farla tornare sui suoi passi, ma poi, anche per il piacere personale che poteva trarne, si era convinta delle buone intenzioni del ragazzo. Si erano talmente avvicinati, quel giorno, ritrovati e riscoperti, che lottavano per non cedere alla passione e fondere tutto il dolore in baci e abbracci.</p>
<p>Sicuramente quel giorno, dei dubbi che assillavano il cuore di Micol, erano quelli favorevoli al ripristino di una storia d&#8217;amore ad aver avuto la meglio, sì che la ragazza, sentiva l&#8217;assoluto bisogno di alleggerire la sua coscienza. Un paio di sere prima era uscita con un ragazzo e si erano baciati. Diceva di essere pentita del gesto, soprattutto perché lo aveva fatto cercando di dimenticare e non pensare a Dritan, ma quello che voleva, era stare insieme a lui in modo più sereno e sincero.</p>
<p>Dritan prese la notizia con una freddezza inspiegabile, il suo cuore non ebbe alcuna fitta di dolore o di rammarico. Si era semplicemente aspettato un comportamento del genere e cercò addirittura di giustificarlo. D&#8217;altronde, non era quello che lui stesso aveva pensato di fare, frequentare altre ragazze e abbandonarsi agli istinti della carne?!? Era stato battuto sul tempo, un tempo molto breve, tornò a pensare più tardi.</p>
<p>Restarono insieme per mezza giornata, come due innamorati, costretti però a non cedere alle loro passioni. E Dritan iniziò a sperare e a pregare. E ad umiliarsi.</p>
<p>La mattina seguente c&#8217;era un cielo cristallino in cui obliquo, sfavillava un sole primaverile, a riscaldar la frizzante aria portata dalla notturna tramontana. Quando ci si imbatteva in una zona d&#8217;ombra, l&#8217;inverno ti assaliva con tutto il suo rigore, come se degli invisibili germi del freddo, si annidassero in quelle parti ignorate dal sole, pronti a predare un incauto passante del prezioso calore, per infondergli con tanti piccoli morsi, un veleno refrigerante.</p>
<p>Ma al sole si stava veramente bene e Dritan ne aveva approfittato per godersi una tranquilla pausa pranzo. Si era andato a sistemare sulla scalinata della biblioteca, di fronte alla quale c&#8217;era una fontana e la statua raffigurante la Virtù della Sapienza. C&#8217;erano molti altri ragazzi, come lui, che solevano trascorrere gli intervalli fra una lezione e l&#8217;altra, specialmente quando troppo brevi per poter studiare, su quei bianco-grigi gradini.</p>
<p>Alcuni parlavano dei loro problemi, di come avevano trascorso la sera precedente, altri si concedevano un sonnellino ristoratore, altri ancora erano semplicemente lì, assorti nella bella giornata, completamente abbandonati ai benefici effetti di quell&#8217;accogliente stella.</p>
<p>Dritan era uno di questi, o almeno fino a quando non si mise a scrutare la gente che passava, nella speranza di scorgere Micol. Quasi tutti andavano di fretta, muovendo piccoli e nervosi passi sullo scuro selciato. Sembrava di essere al mare, il sole che scottava la pelle e stancava gli occhi, quelle persone che fluivano come le onde sul bagnasciuga, adesso un&#8217;onda che arriva, di medie dimensioni, e quando torna indietro ha perso consistenza, poi stiamo lì ad aspettare che salga nuovamente a bagnarci i piedi, la stessa onda, che più non può essere, ma ne arriva un&#8217;altra, più piccola e quando se ne va, questa volta ha qualcosa in più.</p>
<p>Saltò una lezione, approfittandone per migliorare la sua pronuncia spagnola. Poi la vide, che ritornava verso il mare insieme ad un&#8217;amica. Raccolse le sue cose, scese i gradini e si mise dietro di loro, per qualche passo, senza essere scorto. E si sentì improvvisamente l&#8217;uomo invisibile, che spia la gente senza che nessuno si accorga di lui. Rubare gesti e parole di altre persone, nascosto nel silenzio. Si schiarì la voce e salutò le ragazze.</p>
<p>Fecero la strada di casa tutti assieme, il ragazzo fu il primo ad allontanarsi dalla compagnia. E per tutto il tragitto rimase l&#8217;uomo invisibile. Micol gli lanciò un paio di fredde occhiate e si sforzò di rivolgergli qualche parola distratta.</p>
<p>A distanza di un giorno Dritan si accorse dell&#8217;errore commesso, aveva osato sperare, si era nuovamente fidato di quella ragazza perennemente indecisa, nel bene e nel male. Tutto quello che aveva con estrema difficoltà tentato di costruire, era franato in un lasso di tempo così breve, da potersene accorgere, solo a distruzione ultimata. Ed eccolo là, un burattino in balia dei sentimenti e degli umori del suo carceriere. Umori che dettavano ogni comportamento di Micol, oggi più dolce, quasi propensa ad un ritorno al passato, domani aspra di un veleno mortale, pronta a colpire come un cobra che si erge a difesa della sua vita. E Dritan si prostrava al suolo, continuando a baciare la terra calpestata dai piedi di Micol. E veniva a sua volta calpestato.</p>
<p>Il dolore di venir umiliato era pari a quello che provava fornendole occasioni per essere umiliato, non trovando la forza di reagire alle offese subite, o ritrattando, da vigliacco, gli scatti di orgoglio. E fu anche capace di umiliarsi da solo, a tal punto da vergognarsi di essere nato. E le rosse lacrime che pianse, lo strapparono da quella follia suicida, restituendogli lo stimolo necessario per continuare a vivere.<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p><strong>4<br />
Anno nuovo, vita nuova</strong></p>
<p>Il coraggio di prendere una decisione categorica, che lo avrebbe strappato da quel doloroso torpore, ma che non lo avrebbe ugualmente salvato da altre sofferenze, lo trovò a pochi giorni dalla fine dell&#8217;anno.</p>
<p>Quelle vacanze le aveva trascorse girovagando da una casa all&#8217;altra, fermandosi ogni tanto a dormire nella sua. Ne aveva approfittato per rinsaldare tutti i legami affettivi che lo univano a numerosi amici, dedicando la mattina agli uni, il pomeriggio agli altri, la notte era invece spesa dietro a feste e locali vari. Si era indubbiamente divertito, senza mai rinunciare alla minima occasione che gli si fosse presentata, solo, unico neo, quel divertimento si voltava sempre per condividerlo, ma Micol non c&#8217;era mai.</p>
<p>Proprio una di queste sere, a cena a casa di vicini, l&#8217;incontro che l&#8217;avrebbe spinto a destarsi. Una ragazza più grande di lui, carina, quasi bella, ma fisicamente ed interiormente logorata. In comune, una delusione d&#8217;amore. Solo che per lei, ogni occasione era un valido pretesto per isolarsi dal resto della compagnia, pensare al suo lui e piangere rovinosamente. Poi, ogni persona che tentava di tirarla su, si trasformava in un bersaglio per i suoi monologhi, che in quanto a fantasia di contenuti, lasciavano tremendamente a desiderare. Continuava a sguazzare in quella mota purulenta, senza nemmeno accorgersi che era lei stessa ad alimentare il fetido liquame. Per paura di agitarsi, ché una sua decisa azione provocasse un&#8217;ondata in grado di sommergerla, andava lo stesso incontro alla sua fine. E più restava a mollo, meno energie avrebbe avuto in futuro: imboccato ormai il tunnel dell&#8217;anoressia, sostituiva il cibo con psicofarmaci.</p>
<p>Dritan era fermamente convinto che non si sarebbe mai ridotto in quello stato e che ormai, era giunta l&#8217;ora della riscossa.</p>
<p>L&#8217;ultima volta che la sentì, fu per scambiarsi gli auguri di fine anno, voleva mantenere quanto si era ripromesso e quella data poteva e doveva essere un ottimo pretesto: chiudere un ciclo che diventava sempre più ostile e iniziare un nuovo capitolo.</p>
<p>Anche se non voleva ammetterlo, da quando si erano lasciati, non aveva fatto altro che prendersi in giro da solo. Diceva di voler cominciare un nuovo stile di vita, abbandonarsi al piacere e al divertimento, ma non aveva continuato a lasciare una porta aperta, sperando o semplicemente aspettando di vederci entrare Micol, quali ne fossero state poi le conseguenze?! Soprattutto da quando lei aveva nuovamente cambiato le carte in tavola, non poteva nasconderlo, aveva creduto in un suo prossimo ripensamento. Magari anche per mettersi alla prova, guardando se sarebbe stato capace di rifiutare qualcosa che desiderava ardentemente, ma che sapeva gli avrebbe fatto male. E poi era lei a mancargli, adesso, o quello che lei rappresentava? Certo, ancora si dispiaceva di non averla più al suo fianco, ma non era forse l&#8217;abitudine, quello di cui più sentiva la mancanza? La soluzione non poteva di certo consistere nel sostituire una routine con un&#8217;altra, ma se il tempo gli sembrava così nefasto e troppo lento a trascorrere e proprio non poteva fare altrimenti, dovendo nuovamente regolare le sue giornate, che almeno queste non ruotassero in funzione sempre della stessa persona.</p>
<p>Non vedeva assolutamente altre vie d&#8217;uscita, tagliare tutti i ponti, definitivamente, senza pensare in un futuro ripristino dei contatti. Solo, come comportarsi, qualora si fossero incontrati all&#8217;università? &#8220;Passo dopo passo!&#8221; Quando ciò si sarebbe verificato, avrebbe pensato al da farsi.</p>
<p>Dall&#8217;ultima volta che si erano visti, erano passate circa tre settimane e per Dritan, le cose, avevano assunto finalmente una piega diversa. A partire dall&#8217;impegno nello studio, considerevolmente migliorato, per finire a piccole quotidiane attenzioni, o personali filosofie di vita, il ragazzo cominciava a farsi da parte, per lasciare il posto all&#8217;uomo.</p>
<p>Per certi aspetti, per quanto cioè riguardava la sua volontà, si era fatto più deciso e intransigente nei confronti delle altrui intromissioni. In passato era capitato che per esaudire le richieste degli amici, poteva poi disporre di troppo poco tempo per occuparsi di quelli che erano i suoi interessi, con il rischio di non riuscire affatto bene in quello che si aspettava un successo.</p>
<p>D&#8217;altra parte, certi suoi spigoli di testardaggine, dettati da quei ferrei principi morali alla base della sua vita, cominciava gradualmente a smussarli, intendendo quando un comportamento ostinato, fosse per lui stesso e per chi lo frequentava, altamente distruttivo.</p>
<p>Eppoi aveva cominciato a pianificare un suo progetto, che presentava non lievi difficoltà, ma che con molto impegno e un pò di fortuna, poteva comunque realizzare.</p>
<p>L&#8217;indipendenza, una vita al di fuori del suo nucleo familiare, questo ciò cui aspirava, comfort e disagi connessi.<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p><strong>5<br />
Rovine di un tempio antico in mare</strong></p>
<p>Il primo mese dell&#8217;anno andava ormai esaurendosi, ma le fredde giornate invernali non si erano fatte vedere, cedendo il posto ad un perenne tiepido sole. Dritan continuava a gozzovigliare e a trastullarsi sulla scalinata della biblioteca. Ogni pomeriggio, dopo pranzo, si sdraiava completamente, assumendo impensabili posizioni dettate dalla rigidità del marmo, dedicava qualche attenzione alla lettura di un libro, poi cedeva inesorabilmente al fascino di Morfeo.</p>
<p>In verità non riusciva proprio a dormire, ma transitava in quella fase di sogni frenetici che facendolo sussultare, lo destavano momentaneamente, richiamandolo alla dignità del luogo ove si trovava, presto elusa e nuovamente tradita dal languore di un&#8217;immagine.</p>
<p>Uno di quei giorni, quando ancora non si era del tutto rilassato, ma ancora persisteva nella lettura, ecco che un&#8217;ombra lo separa dal sole e lo costringe ad alzare lo sguardo. Una ragazza dalla ricca chioma mora era in piedi dinanzi a lui, sorridente. Lo guardava con occhi di intensa vitalità, scuri anch&#8217;essi, che curiosavano in quelli chiari di lui. Poi lentamente, con infinita grazia, la ragazza si tolse lo spolverino color sabbia e la sciarpa, poggiandoli a terra, accanto a Dritan e lì si sedette.</p>
<p>Lo snello corpo di squisite fattezze, si curvò armoniosamente, una mano accompagnava i suoi movimenti. Con estrema semplicità e spontaneità la ragazza si sdraiò, poggiando la testa sulle gambe di Dritan, chiedendogli di leggere ad alta voce, così che le sue parole la cullassero mentre del sole si beava. Gli occhi chiusi lasciava che la mano del ragazzo le lisciasse i capelli, percorrendo a volte i raffinati lineamenti del suo volto. Paga di quelle carezze, si mise seduta, raggiante di un sorriso complice. Le si avvicinò, sentì il caldo respiro di lei confondersi con il suo, poi le loro labbra si unirono, si aprirono e furono le loro lingue a seguire la foga del momento. Interminabili gli infiniti baci sempre più arditi che si scambiarono.</p>
<p>Ormai si era fatto buio e l&#8217;aria era più fredda, indossarono i loro soprabiti, s&#8217;incamminarono apparentemente indifferenti verso la metropolitana, lasciando che il resto del mondo, scivolasse ai loro fianchi. Si salutarono e senza darsi appuntamento, l&#8217;indomani s&#8217;incontrarono nuovamente, allo stesso posto, con la medesima foga del giorno precedente.</p>
<p>Quella domenica andarono al mare, distesi sulla sabbia fissavano il cielo. Le nuvole erano come allineate su di uno stesso piano, piccoli ciuffi di panna montata, marcati leggermente da leggerissime linee celesti. Dopo un po&#8217; che guardavi quel soffitto, era come se ti trovavi di fronte a uno di quei quadri tridimensionali, dove la figura balza fuori dalla cornice e sembra fluttuare in aria; così quel gregge di pecore ammassate le une alle altre, sembrava poco più distante di un metro, tanto che se allungavi il braccio ti aspettavi di poterlo toccare.</p>
<p>Il mare era calmo, ma le sue acque verde-bottiglia lasciavano intuire quanto fosse freddo. Minuscole pagliuzze rosso-dorate sbrilluccicavano saettando lambendo le piccole increspature, come pesci alieni che nuotassero sul dorso. Un qualcosa di indefinito, né nube perché meno consistente, né foschia perché troppo uniforme, si parava come un velo dinanzi al sole, privandolo di quella fastidiosa luminescenza, sminuendolo così al rango di luna.</p>
<p>La brezza nei capelli, fissavi lo sguardo all&#8217;orizzonte, le nari colme dell&#8217;odore salmastro delle alghe e dei granchi, rottami che marcivano sepolti dalla sabbia; intanto aspettavi che gonfie vele bianche sospingessero un antico vascello, penosamente nascosto da una sinistra cortina fumogena.</p>
<p>Dritan si alzò, dirigendo cauti passi incontro al mare, quasi temesse a lasciare le sue orme. Si fermò, le mani in tasca, i piedi sfiorati appena dal continuo ondeggiare delle acque, lo sguardo fermo all&#8217;infinito, a captare quei colori, quegli odori, la mente altrove.</p>
<p>La ragazza lo raggiunse, affiancandolo. Lui la strinse forte a sé, nessuna spiegazione, intendeva comunicarle tutto il suo essere basandosi unicamente sul contatto. Quando i loro sguardi s&#8217;incrociarono, si fusero in un romantico bacio.</p>
<p>Fuori cominciava a fare più freddo, tornarono alla macchina e si avviarono verso casa. Nonostante una lunga e piacevole sosta presso la pineta, i loro ardori non si erano placati, al contrario, alimentati da carezze e baci al limite del proibito, imploravano di potersi sfogare liberamente. Purtroppo non potevano spingersi oltre, così decisero di vedersi l&#8217;indomani mattina, a casa di lui.</p>
<p>Andò ad aprire la porta poi mentre lei si sistemava in bagno, tornò alla scrivania a leggere. Dopo circa una decina di minuti, la luce si spense e la ragazza entrò in camera, chiudendosi alle spalle la porta. Dritan continuava divertito nella sua lettura. Le mani di lei gli graffiavano la testa, provocandogli un brivido di piacere che gli percorse il collo. Lo fece ruotare, tirò su la sua minigonna e si sedette cavalcioni sopra di lui. Sembrava volesse nutrirsi della sua lingua, tanto avventati erano quei baci. Sempre continuando a divorarlo, gli sbottonò la camicia, per poi scalfire il suo torace, con unghie voluttuose.</p>
<p>Lui si alzò in piedi, sorreggendola per i glutei, poi cominciarono a fare una danza erotica, roteando nella stanza. La portò verso il letto, gettandocela sopra; lei finì di togliergli la camicia, poi fu la volta dei jeans. Dritan si scaraventò su quel corpo fremente, le abbassò le calze nere quel tanto che serviva per ottenere uno sconvolgente contrasto con il candore delle cosce, leggermente dischiuse. Le scostò gli slip e prese a baciarla. Gustava quel buon nettare e la sentiva agitarsi, dimenarsi sul letto, mentre i suoi gemiti rompevano il silenzio.</p>
<p>Prima le sfilò la minigonna, poi la maglietta, quasi strappò il reggiseno, avventandosi su quei pomi acerbi, mordendone la polpa. Lei gli stringeva forte il sedere. Finirono di spogliarsi e si nascosero sotto le lenzuola. La penetrò, dolcemente, delicatamente, profondamente. Era dentro di lei, indossandola perfettamente, posseduto a sua volta.</p>
<p>Cominciò a muoversi, ritmicamente, sempre lentamente, in modo che entrambi gustassero ogni attimo di quella giostra. Spingeva con i fianchi, saliva dentro lei, poi si inarcava con la schiena e quasi ne usciva fuori. Un atroce tortura, al limite della libidine, continuava a sfiorare quel punto di equilibrio, quella carezza nella mente. Lei voleva che incalzasse sempre più, lui voleva farlo, ma continuava con quel quieto dondolio.</p>
<p>La ragazza aveva provato ad aumentare il ritmo, afferrandolo e tirandolo più velocemente a sé, ma lui ritardava poi l&#8217;uscita; cercava di andargli incontro con frenetici balzi del corpo, ma lui ristabiliva la calma. Cedette, alla fine, la ragazza, abbandonando le braccia sul letto, scomposte, una tirata su, accanto alla testa. Aveva tentato di resistere, di imporre la fretta, per seguire l&#8217;istinto, bramava dal desiderio di oltrepassare quel muro, raggiungere la vetta per poi ridiscendere. Invece lui la continuava a tenere su toni altissimi, innumerevoli picchi in cui si sentiva sciogliere dal piacere. E apprezzava quel supplizio.</p>
<p>Rimasero uno dentro l&#8217;altra, lui sopra lei, i nudi corpi fusi e abbracciati, sciolti in un bacio senza fine, dal sapore di miele. Poi Dritan avvertì degli spasmi all&#8217;altezza del ventre, sempre più ritmici; la ragazza lo strinse ancor più forte, con le gambe e con le braccia. Cominciò a piangere, poi passò a singhiozzare. Calde e amare lacrime sporche di rimmel le graffiavano il volto delicato. Non le disse niente, solo continuò a stringerla, proteggendola, accogliendola dentro di sé. Con una mano le carezzava la testa, la fronte, con le labbra baciava quegli umidi occhi, portando via l&#8217;amarezza ma non il dolore.</p>
<p>Perso fra le sue braccia il corpo straziato di Micol, della ragazza che tanto aveva amato e ancora continuava a volere. La guardò come se si stesse fissando allo specchio, come se quegli occhi colmi d&#8217;infinita tristezza, che riversavano fiumi di vita appassita fossero i suoi. Sarebbe potuto capitare a lui, di essere assalito da chissà quale ricordo, aggredito da chissà quale pensiero e precipitare in un baratro terrificante, ove entità spaventose minacciavano quell&#8217;equilibrio che uno tentava disperatamente di raggiungere e magari s&#8217;illudeva di aver ormai consolidato. Avrebbe potuto essere il suo, il corpo che anelava singhiozzando di respirare un po&#8217; di aria.</p>
<p>La sua fortuna era stata quella di essersi veramente preparato, spiritualmente, a quanto aveva poi fatto, fisicamente. Prima di cedere a quegli istinti dettati dalla passione, si era chiesto se era veramente pronto ad affrontare una situazione del genere, e le risposte che aveva lette nel suo cuore erano state sincere. Non sarebbe ricaduto in uno stato d&#8217;umiliazione quale aveva precedentemente raggiunto e qualora avesse avuto il sentore che ciò potesse accadere, si sarebbe prontamente ritirato da una situazione a lui nociva.</p>
<p>Aveva sperato in un&#8217;ultima volta, l&#8217;aveva cercata e quando alla fine gli era stata offerta, l&#8217;aveva accettata. Non si pentì di averlo fatto.</p>
<p>Micol non era stata altrettanto fortunata, o meglio, altrettanto onesta con se stessa. Fisicamente, forte era l&#8217;attrazione che ancora provava per Dritan, razionalmente, sapeva che non doveva cedere ai desideri della carne. Indecisa fino alla fine, aveva avanzato la sua proposta, rinnegandola il giorno seguente, tornando nuovamente sui suoi passi, per poi pentirsene.</p>
<p>Sembrava un&#8217;antica statua, deturpata del suo fascino dal lento trascorrere del tempo, avvilita lei stessa della sua condizione. Un simulacro che lui aveva adorato e venerato, il cui charme misterioso, quel sapore d&#8217;arcano e d&#8217;indefinito, abilmente lo aveva affascinato, quasi intrappolato con le sue fitte trame dorate. Ma la magia ora era finita, svanite le ultime parvenze dell&#8217;incantesimo; le sorprese avevano perso la loro spontaneità, troppo prevedibili e quasi banali.</p>
<p>Quale orribile incrocio: una Gorgona con le fattezze di una Venere, misteriosa, anche lei, ma di un fascino pericoloso. Dritan doveva fuggire quegl&#8217;ignei occhi che perforavano la notte e lo braccavano, bramosi di attingere alla sua linfa e di renderlo un cieco schiavo, assetato di sangue, che carponi avrebbe mendicato mollichelle di pietà dalla mano del suo carnefice.</p>
<p>Nascondersi o combattere, proteggersi dietro uno scudo o impugnare il suo brando. Avrebbe potuto trovare ugualmente la morte, come la vita. Decise per lo scontro diretto, avrebbe affrontato il nemico prendendolo di petto, non si sarebbe fatto trovare impreparato alla lotta.</p>
<p>Così la sfidò, entrò nel suo antro e gridò forte il suo nome, annunciando la sfida. Sentiva i passi di lei farsi sempre più vicini, risuonavano carichi di odio e di disprezzo. Non poteva guardarla, perché proteggeva gli occhi con il filo della sua arma.</p>
<p>I due si fronteggiavano, pronti a sferrare il colpo fatale. Solo il respiro di lui e il sibilare di lei. Fulminea la spada era calata sul capo di questa, separandolo di forza dal resto del corpo. La vittoria che portava la sconfitta. Attaccando il nemico, aveva rinunciato alla difesa, e quando il freddo acciaio era penetrato nelle carni della creatura, gli sguardi si erano incrociati.</p>
<p>Rimase così intrappolato, in una granitica posa plastica a fendente compiuto, soltanto per brevi istanti, finché la testa dell&#8217;avversario non rotolò fino ai suoi piedi per lì dissolversi. Quando fu toccato dalla causa della sua infermità, si sgretolò spargendosi sul pavimento. Ora le loro polveri erano mischiate, ora ciò che rimaneva degli amanti che furono, era di nuovo unito.</p>
<p>Alla prima folata di vento che si fosse alzata, sarebbero stati spazzati via entrambi, ma sarebbero volati via insieme.
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		<title>Un nasone per amico</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Jul 1997 18:02:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Fontanella]]></category>
		<category><![CDATA[Racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
		<category><![CDATA[Un nasone per amico]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>A mia nonna Tullia: la cui semplice esistenza è testimone dell'estinzione di un mondo.... <a href="http://petruccifrancesco.it/1997/07/1117-un-nasone-per-amico/">Read more</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://petruccifrancesco.it/wp-content/uploads/2009/12/Un-nasone-per-amico.jpg" rel="shadowbox[post-1117];player=img;"><img src="http://petruccifrancesco.it/wp-content/uploads/2009/12/Un-nasone-per-amico.jpg" alt="Un nasone per amico" title="Un nasone per amico" width="600" height="485" class="alignnone size-full wp-image-1118" /></a></p>
<p><em>A mia nonna Tullia: la cui semplice esistenza è testimone dell&#8217;estinzione di un mondo. Sperando un giorno qualcuno possa farsi latore di antiche e misteriose tradizioni, raccogliendo e narrando la memoria delle rughe del nostro tempo.</em></p>
<p>Come la goccia che scava lentamente la roccia, così trascorrono i giorni e si avvicina sempre più la fine del secondo millennio. Nella grande metropoli corre la gente a capofitto ai propri affari; si scontrano i passanti lungo le vie asfaltate senza frenare la caotica marcia. Colossali i preparativi per la festa che si preannuncia la più grande e spettacolare di tutti i tempi.</p>
<p>Volano le idee, così come la fantasia, a mirabili progetti che trasformeranno l&#8217;Urbe agli occhi di quei frettolosi autoctoni troppo pigri per guardare sotto la gloriosa polvere dei secoli.</p>
<p>Agli opachi, affumicati e ormai stanchi monumenti qualcuno restituirà un po&#8217; dell&#8217;antica lealtà, saggezza, forza e nuovamente si canteranno le gesta di quel fiero popolo che ci dona i natali. &#8220;Un popolo di Poeti di Artisti di Eroi di Santi di Pensatori di Scienziati di Navigatori di Trasmigratori&#8221;&#8230; ma che non ha mai sofferto la sete.</p>
<p>In ogni piazza una fontana, per ogni fontana una piazza! Giochi d&#8217;acqua che salutano il cielo, le strade e l&#8217;invidia dei turisti; antiche vasche di marmo nei vicoli rionali, lungo le vie e nei giardini pubblici fontanelle in ghisa. E proprio una di queste simpatiche costruzioni, Tullia, è la protagonista della nostra storia.</p>
<p>Mi ricordo che quando la portarono, Tullia era stipata insieme a decine di compagne e sorelle su di un rugginoso rimorchio trainato da un trattore. Alcuni operai dalle sgargianti tute arancioni la sollevarono dal rimorchio, tenendola sospesa sulle mani, come un&#8217;offerta ad una qualche divinità, prima di posarla e saldarla a terra.</p>
<p>I pochi palazzi del quartiere avevano riversato in strada la solita folla di curiosi che circondava quell&#8217;insolito ornamento. Prima di andarsene uno degli operai, sollevato un tombino, girò una manopola e dopo qualche istante il nasone ciondolante di Tullia iniziò a singhiozzare qualche spruzzo d&#8217;acqua, prima di traboccare un flusso pieno e scrosciante. Quelli più vicini fecero un balzo indietro per non bagnarsi i piedi con gli schizzi che l&#8217;improvviso gettito aveva alzato urtando sul marciapiede; il più tempestivo fu un bimbo biondo che corse a riempirsi prima le mani e poi la gola con quel refrigerante liquido.</p>
<p>Se prima di allora nessuno ne aveva mai sentito il bisogno, adesso che Tullia faceva parte del quartiere, non c&#8217;era passante che potesse resistere a quel soave invito ad una semplice rinfrescata o ad un&#8217;abbondante bevuta.</p>
<p>Era come se quel cavaliere dalla fosca ma lucida corazza avesse stregato tutto e tutti nelle vicinanze: persino cani e gatti randagi e gli uccelli del mattino si davano appuntamento e ristoro alle acque di Tullia. Quella chiara pozione era così buona, pulita, dissetante che si allungava volentieri la strada, pur di bagnarsi le labbra.</p>
<p>Al contrario di quanto aveva temuto, i giorni trascorrevano lieti e non si sentiva mai sola, felice anzi, di recare sollievo a tante persone e complice dei lazzi estivi dei bambini.</p>
<p>Venne infine l&#8217;inverno, ma Tullia non temeva più la solitudine: nonostante i visitatori giornalieri fossero notevolmente diminuiti, la sua casa era lì e aveva ancora tanti amici animali da accudire, che le dimostravano la loro gratitudine con acrobatici voli radenti il suolo o con calorose fusa.</p>
<p>Con il ciclico succedersi delle stagioni passavano celermente anche gli anni e Tullia conobbe nuovi visitatori. Erano degli strani amici dell&#8217;uomo, sostituivano carri e cavalli negli spostamenti del loro padrone e invece di nitrire facevano uno strano rumore, a volte più silenzioso e quasi armonico, altre assordante e fastidioso. Quando due esemplari di questa multiforme e variopinta specie si incontravano, si scambiavano acuti saluti e luminosi occhiolini. Comunque queste strane creature sembravano essere estremamente sensibili alla sporcizia tanto che Tullia aveva spesso offerto la propria acqua per la loro pulizia.</p>
<p>Ma ben presto l&#8217;esigente e viziata razza divenne un problema per la nostra povera amica in quanto oltre all&#8217;acqua, per essere lavata, pretendeva l&#8217;uso di strani liquidi colorati che creavano una gran quantità di schiuma che andava ad ostruire lo scarico di Tullia.</p>
<p>Così lavaggio dopo lavaggio, quell&#8217;oleosa, vischiosa e artificiale spuma provocò il riflusso delle acque e il successivo quanto inevitabile stagnarsi di queste. Da una prima pozza si giunse presto ad una piccola ignava palude, ove oltre le scorie dei prodotti chimici andavano a depositarsi, per poi marcirvi, foglie e polline. Le inospitali e maleodoranti acque si fecero cariche di germi e altri esserini nauseabondi che sguazzavano noncuranti sulla crosta melmosa del liquame.</p>
<p>Non fu difficile così, per le tubature di Tullia, prendere una decina di infezioni tropicali e contagiare il resto della fontanella. Di lì a poco il nasone della nostra amica cominciò a tirare su e l&#8217;acqua, salvo qualche gocciolone, non usciva più.</p>
<p>I primi ad abbandonare Tullia, furono gli stessi che le avevano causato il danno: gli uomini, che per le loro futili esigenze, trovarono ben presto un rimpiazzo; successivamente anche gli animali si allontanarono, ché le acque stagnanti erano imbevibili. La povera Tullia si ammalò quindi, anche di tristezza e ciò che la rendeva più infelice non era tanto la sua forzata inattività, quanto lo sconforto che leggeva negli occhi dei bambini, soffocati dall&#8217;arsura e costretti a placarla con brodaglie colorate, acquistate per due soldi agli angoli delle strade.</p>
<p>Incapace di rialzarsi, succube di un crudele destino, Tullia soffriva i giorni interminabili che volgevano alla sua completa decadenza finché, alle prime luci di un mattino di primavera, mentre sconsolata guardava l&#8217;immobile distesa di sporcizia gongolarsi sotto di lei, la fetida superficie di questa s&#8217;increspò improvvisamente.</p>
<p>Dal ramo di un albero, forse perché ancora troppo assonnato per spiccare il primo volo della giornata, o più semplicemente perché le sue esili zampette avevano inciampato in una foglia, un piccolo uccellino era precipitato in quella mota famelica che ingorda tentava di trascinarlo sul fondo. Il poverino pigolava stridulo, ma quando le onde cominciarono a coprirlo, il suo lamentarsi si trasformò in un incomprensibile gorgoglio.</p>
<p>Affranta, furibonda per la straziante tragedia che si consumava sotto il suo sensibile sguardo, Tullia provò ad allungare&#8230; ad andare&#8230; niente, era ancorata lì e quel corpicino pennuto quasi non si vedeva più. Sentì muoversi qualcosa, il nodo che le attanagliava il cuore si sciolse in un pianto dirompente che proruppe dal vecchio nasone. La pressione delle lacrime fu tale che una volta investita, la piccola palude sprofondò nelle viscere delle fognature.</p>
<p>L&#8217;uccellino ruzzolò all&#8217;indietro sul selciato, ripulito dalla fanghiglia e salvato da morte certa, si alzò sulle zampette, arruffando le piume bagnate e si avviò saltellando verso Tullia per abbracciarla con le sue umide alucce.</p>
<p>Insieme all&#8217;acqua fecero ritorno gli amici di prima, felici per la miracolosa guarigione della compagna di giochi, che beata godeva sorridente dell&#8217;affetto di tutti. Gli alberi sbocciavano in floreali fuochi pirotecnici, le rondini piroettavano in carole canore, cani e gatti si alternavano nel salto della cavallina e Tullia elargiva copiosamente quella magica mistura, fonte di vita, a chiunque ne richiedesse i salutari e benefici servigi.
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