Timido. Ricordo il nostro incontro, anni fa. Fu ad una sorta di cerimonia, c’erano molte persone, tu le conoscevi tutte, avevate passato del buon tempo insieme. Io ero lì, in veste ufficiale, rivestito del mio incarico. Mi conoscevate tutti, chi più chi meno, almeno una volta, di sfuggita, mi avevate visto.
Per voi tutti fu una sorta di festa, provaste quel misto di gioia e soddisfazione di chi supera un esame, una prova in cui si è cimentato. Così ora, anche voi, avreste guadagnato con merito un incarico e una veste ufficiali. Fu in quel momento che avvenne il nostro primo contatto. La tua pelle delicata, morbida, profumata e giovane. Tutto mi è così chiaro, come se fosse accaduto solo ieri. Rafforzato dal tempo trascorso, rinnovato ad ogni nostro successivo appuntamento.
Mi hai fissato con una tale intensità, che riuscivo a vedere le onde dell’oceano incresparsi nei tuoi occhi, per un attimo pensai di cedere, di arrossire, ma sarei così venuto meno a quanto io rappresentavo, peggio, avrei usurpato il posto ad altri.
A quanto pare, non fui il solo a provare forti emozioni, anche tu sembravi vistosamente turbata. Credo che a sconvolgerti fosse piuttosto l’idea che ti eri fatta, tu, una persona così profonda, aperta, a modo: irrompevo nella tua vita fatta di certezze e dialogo, come una tremenda novità.
Ammiccante e titubante fui capace solo di offrirti il mio appoggio e il mio sostegno: qualora ti fossi trovata in difficoltà, avresti sempre potuto contare su di me e io, sarei accorso immantinente.
Osai troppo! Lo so, non me lo puoi negare, anche se hai sempre taciuto il tuo pensiero, forse per orgoglio, forse perché avevo con quell’offerta valicato il limite invisibile oltre il quale non mi era concesso mettere piede, di lì in poi, cominciasti a sfuggirmi.
I nostri incontri erano rapidi, quasi disonesti tanta la fretta. Aleggiava sempre una sorta di aria pesante, sentivo il tuo freddo distacco e credimi, la tua glaciale indifferenza era un dolore troppo grande per me.
Decisi così di stare al tuo gioco, di non ostacolarti oltremodo, di piegarmi alla tua determinazione che alle volte, scusa il mio sfogo, mi sembrava cieca e ottusa caparbietà. Non sempre sul campo di battaglia si possono trovare punti di incontro, alle volte bisogna essere duri e categorici. Inflessibili! Ma ahimè devo pur ammetterlo, alle volte ero giallo d’invidia, ché i risultati li ottenevi lo stesso e sembrava il tuo modo di porti, fosse quello giusto: ottenevi il consenso di chi incontravi, a maggior enfasi anche di coloro che se ne andavano con il capo chino, con l’indelebile marchio della sconfitta. Non timore reverenziale, né fobica o ancestrale paura, ma rispetto!
E l’unico perdente, a questo punto, ero solo ed inequivocabilmente io. Svuotato e in un certo qual modo privato, defraudato della mia ufficialità.
C’incontrammo nuovamente, dopo un po’ di tempo che eravamo stati lontani, un sabato sera. Il tuo dolce profumo, era intaccato dall’amaro retrogusto dell’acre odore di sigaretta. Avrei volentieri ricambiato il tuo stesso disinteresse, ma ero sicuro che così facendo sarei apparso goffo e impacciato, optai quindi per non fingere.
Nella tua candida veste, assurgevi per l’ennesima volta a giudice unico. Tutti gli occhi puntati sulla tua figura. Dalle tue labbra, il verdetto, capace di condannare e di assolvere. Ogni tua movenza, ogni tuo gesto, frutto di un attento, quanto rapido esame.
Una sorta di meccanismo automatizzato, instaurato sulla base di una serie di procedimenti fatti ormai tuoi, conscia e detentrice di una scienza perfetta, fallibile però nell’applicazione dei suoi schemi.
Qualcuno osò contestarti apertamente, in modo secco, brutale e irriguardoso. Nessuna esitazione da parte tua. Un fischio deciso e poi di corsa la mano nel taschino. Sentii le tue unghie grattarmi addosso, poi dal calore dei tuoi polpastrelli, intuii che dovevi essere rossa in viso, emozionata per quanto accadeva, di sicuro, non meno di me. Ma non ebbi il tempo di accertarmene, che fui investito improvvisamente dalla luce artificiale alla quale mi esponevi, dopo tutto il buio nel quale da sempre, mi avevi relegato. Splendente nel mio giallo solare, ritto, imperturbabile, faccia a faccia con il tuo “aggressore” mi trovai ad ammonirlo dall’alto della mia posizione. Tutti hanno quindi guardato a me, alla tua mano tesa che mi reggeva alla persona che teneva il cartellino.un momento di smarrimento seguito da un reverenziale “Mi scusi arbitro!”. Ora non ho più paura, non mi sento più abbandonato: siamo finalmente una cosa sola! Mi pento di aver alle volte dubitato di te e delle tue decisioni, di aver potuto pensare che fosse una scelta debole, la tua, di non ricorrere mai al mio aiuto; capisco solo adesso, che hai sempre fatto valere la tua volontà con altri mezzi, più idonei e consoni ai casi volta a volta che ti si presentavano. Tant’è che quando non hai avuto altra scelta, ecco che hai saputo come utilizzarmi. Ora sono più tranquillo e mi godo il riposo, sdraiato nel tuo taschino.








