A Renato: saranno vuoti d’ora in poi i vicoli di Camerata Nuova, ma ancor di più i nostri cuori, ché il tuo ricordo, non basta a riempirli!
Mi svegliai intirizzito, disteso e immobile come un verme congelato, le coperte, come al solito, erano scivolate via e io giacevo lì, inerme, al centro del letto. La stanza era in penombra, dalla finestra ai piedi del mio letto filtrava luce a sufficienza perché tutti gli oggetti mi apparissero chiari. Per quanto attenti si poteva essere, sarebbe sempre entrata un po’ di luce che gli scuri, logori e viziati dal tempo, non lavoravano più a dovere, in più, fuori c’erano ancora le persiane e non le tapparelle.
Nonostante la pigrizia mi dovetti alzare, badando a non svegliare tutte le cellule celebrali perché desideroso di tornare a letto, spinto dall’impellente bisogno di urinare. La birra della notte appena trascorsa aveva già fatto il suo corso.
Il sommesso vociare proveniente dall’esterno, non mi aiutava a capire se fossi tornato a casa solo da pochi istanti, o se fosse già mattino, ma ancora troppo presto per far riempire la via principale del paese di gente. D’altra parte, quando ero rincasato, allo steccato di fronte casa mia, c’era un gruppo di ragazzi intenzionato a tirar ancora per le lunghe, eh si che erano già le cinque! Così scivolai ciabattando per la camera, noncurante del rumore ché ero solo in quella casa, e imboccate le due porte, mi trovai al bagno.
Non accesi la luce, per evitare il traumatico impatto con le provate retini e mi appoggiai alle pareti di quello che poteva sembrare uno stretto corridoio. Essendo la casa molto vecchia, il bagno era stato ricavato sfruttando un balcone e la profondità non era quindi mutata. I piedi sembravano inghiottiti da tenebre profonde, che il pavimento blu scuro, non m’indicava il tragitto fino alla tazza. Fortunatamente le maioliche delle pareti erano bianche, con una geometria ad incastro di rombi concentrici e riuscii più o meno ad orientarmi nel dedalo dei sanitari, anche perché, prima della vasca che segnava la fine della stanza, lì era la meta.
Aperta la patta del pigiama, la vescica fece il resto del lavoro per me e io potevo rilassarmi pensando ad altro, ad esempio del perché, la vasca sulla mia destra era colma d’acqua, anzi un po’ ne trabordava fuori.
Con un po’ di stupore mi accorsi anche che il bagno era stato ulteriormente allungato: dove prima si alzava una parete, al limite di uno dei lati lunghi della vasca, nonostante fosse di quelle microscopiche con sedile incorporato, c’era una specie di gradino, che continuava appunto l’altezza della vasca verso l’esterno.
Una strana appendice, insolita e inutile a mio avviso, che con le possibilità di poter al meglio sfruttare quel poco spazio a disposizione, invece di installare una doccia, comoda e funzionale e togliere definitivamente quella bagnarola per i piedi, qualcuno e intanto pensavo a mio zio Franco, avesse costruito quella sorta di ripiano.
Sparsa su questo una copiosa quantità di foto in bianco e nero scannerizzate al computer e ritoccate manualmente con gli acquerelli, rappresentanti alcune paesaggi, altre invece matrimoni. Il colpevole di quel lavoro non poteva che essere mia cugina Gabriella, l’unica nelle due famiglie che si dividevano solitamente la casa, a nutrire una passione artistica, oltre a me naturalmente, ma io, era chiaro, sapevo di essere innocente.
Con grande abilità e maestria, mi potei sporgere oltre la vasca piena d’acqua per esaminare meglio le fotografie senza smettere di urinare, ma proprio per guardare se riuscivo a centrare la tazza col mio gettito solare, feci scivolare alcuni fogli, forse tutti, dentro l’acqua. Li osservavo galleggiare sulla superficie e intanto, assorbire avidamente il liquido che andava sfumando e sciogliendo il prezioso apporto del colore.
Mi rendevo conto del pasticcio combinato, ma il mio interesse principale era arrecare sollievo alla vescica e fu quindi un gesto di stizza quello che mi fece spingere definitivamente sotto la superficie dell’acqua, i fogli che avrei potuto salvare. Mi sarei occupato di loro in un secondo momento!
Mentre tiravo lo sciacquone sentii nuovamente un rumore alla porta, come se qualcuno fosse entrato. Mio cugino Alessandro, il fratello di Gabriella, sarebbe dovuto arrivare la sera successiva, questo suo inatteso anticipo avrebbe rovinato anche qualche mio programmino romantico… pazienza. Rimasi in attesa di una voce di saluto, dei passi che salivano la scala… niente, meglio così, un falso allarme. Sicuramente il rumore del vento. decisi allora di salvare il possibile e immergendomi fino ai gomiti nell’acqua fredda, raccolsi tutti i fogli e li tirai fuori sgocciolanti, ne feci una sorta di rotolo gigante e zuppo, come quando si mette via un tappeto e abbracciandolo lo portai nell’altra stanza da letto, quella di fronte alla mia.
Come già detto era una casa pratica, di quelle con le pareti in grezza muratura. Il portone, che si affacciava sulla via principale del paese, si apriva su un piccolo atrio di due passi quadrati, sulla destra una stanza utilizzata sia per dormire, quando tutte le persone delle due famiglie occupavano la casa, sia come salone.
Al suo interno un tavolo rotondo, un divano ed una poltrona letto, con un mobile che fungeva da piccolo ripostiglio ed un armadio. Il camino di quella stanza era chiuso da tempo. A sinistra della porta invece, la cucina, con pavimento di cotto, un’antica credenza per le stoviglie, un moderno tavolo dalla forma rustica, un lungo piano di lavoro in marmo con incastonati lavandino, macchina a gas, lavatrice, lavastoviglie… il camino di questa stanza ancora attivo e funzionante.
Sopra la cucina, la mia camera da letto, sopra l’altra stanza, quella dei miei zii, raggiungibili entrambe dalle scale che partivano dalla porta di casa. Alla fine dei gradini, il bagno. Una casa semplice quindi, di quelle funzionali e rigorosamente divise in zona giorno, da piedi, zona notte, in alto. Un tempo ci si raccoglieva sotto lo stesso tetto in nove, la mia famiglia e quella della sorella di mio padre, due figli per ciascun nucleo più la nonna.
Le gocce d’acqua del fagotto fotografico erano preda della polvere che riposava nella camera di mia zia, al centro della stanza, invece del letto matrimoniale e vuota quindi per la sua assenza, la rossa poltrona del salone sottostante. Posai il tutto lì sopra.
Mi girai per far ritorno alla mia camera, chissà se sarei mai riuscito a prendere sonno e notai il passaggio di un’ombra che aveva appena infilato la porta del bagno. È difficile pensar male ed avere paura in un paesino come Camerata Nuova, dove ancora il giorno si lasciavano le porte delle case fiduciosamente aperte, solo mi venne la curiosità di sapere chi poteva essere, beninteso adesso ero totalmente sveglio e di tornare a letto non se ne parlava proprio. Feci per andare a vedere ma ecco che dal bagno mi viene incontro Luciano, lo zio della mia amica d’infanzia Giusy, nostro vicino di casa. Era un uomo che andava per la cinquantina, alto, robusto, i capelli di quel castano rossiccio che ricorda le foglie in autunno, l’accenno di una barba non fatta. In mano aveva un grosso mazzo di chiavi.
- “Eccoti finalmente” mi apostrofò lui “che ci fai ancora così?”
Seguii il suo sguardo e mi resi conto di essere ancora in pigiama, o meglio, lo sapevo benissimo come ero vestito: mi ero appena alzato ma lui mi fece sentire a disagio non perché non indossavo qualcos’altro, ma proprio per il tono che aveva usato nella domanda.
Comunque riuscii ad imporre dell’autorità nella domanda che di rimando gli rivolsi:
- “Ora mi vesto, ma che ci fai tu qui?!”
- “Come cosa? Oggi è il Cornelius Day!!!”
Credetemi, era la prima volta che sentivo parlare di quella storia, la prima volta che sentivo quel nome, ma l’enfasi usata, l’eccitazione nella sua voce e quella nota di rimprovero nei miei confronti per una simile dimenticanza, spalancarono le porte della mia ignoranza e in un attimo iniziai a comprendere.
Cornelius, per quanto potevo aver recepito in quella frazione di secondo nella quale i neuroni decisero di funzionare e come nella meiosi, per crossing over, con qualche germe dell’aria avevano ottenuto preziose informazioni, era una specie di colonizzatore, come quelli che si vedono nei film del far west, un pioniere, ecco, questo è il termine più azzeccato. Colui che aveva fondato il paese, posato la prima pietra di molti edifici. Più o meno la figura, l’idea che mi ero fatto di Cornelius era quella di un tozzo tracagnotto, malconcio e maleodorante, la barba irta e pungente, grigiastra per la polvere e l’età, un cappellaccio a tesa larga ma spiovente calato sulla testa, logori pantaloni da lavoro sorretti da straccali di corda e ridete pure se volete, una piccozza in mano. Lo so, è uno stereotipo romantico di fine ottocento, ma a me piace.
- “Va bene, ho capito, ma come hai fatto ad entrare?”
E Luciano, quasi intenerito, con la stessa pazienza che si può usare con un bambino piccolo che non capendo, chiede spiegazioni sul chi siamo, da dove veniamo, e perché siamo qui:
- “Con le chiavi. Ho la copia di tutte le costruzioni fatte da Cornelius, dai sbrigati, che adesso arriva gente!”
E come per incanto la luce che inondava le scale e proveniva dal portone era offuscata dalla silhouette di una signora che stava salendo. Dalla cucina sentivo altre voci. A quanto pare gli informatori dei miei neuroni avevano fatto il doppio gioco o più semplicemente si erano divertiti alle nostre spalle e non ci avevano fornito particolari interessanti ed importanti sulla storia.
Comunque sia, anche Luciano dava per scontato che io avrei dovuto sapere che durante il Cornelius Day, quindi una sorta di commemorazione di questo “grand’uomo”, monumenti, stalle, chiese, case abitate o non che erano stati eretti o più semplicemente risalivano al tempo di Cornelius, venivano aperte al pubblico nella condizione in cui si trovavano.
Iniziavo a capire queste cose di pari passo che mi rendevo conto della gente che era già in giro per le mie camere. Sentivo parlare queste donne, o almeno le voci che si confidavano erano tutte femminili:
- “Lo vedi questo muro? E quella persiana? Si vede proprio la mano di Cornelius!”
Ma allora questo tizio era anche un’artista; era come se avesse trasformato in opera un intero paese per lasciarlo in memoria ai posteri. E noi tutti, presenti in quel giorno, eravamo trasformati o meglio ingoiati dal frutto del suo genio. Come se partecipassimo ad un presepe vivente! Una strana inquietudine turbava il mio animo, una sorte di insofferente disagio. Pensai agli antichi romani, al loro tempo, a come si sarebbero potuti sentire se una loro colonia fosse resistita fino ai nostri giorni e visitata di continuo da frotte di intrusi e turisti. Pensate per un momento se il foro fosse ancora popolato, con i suoi nobili senatori in toga e sandali, e la gente del nostro mondo si affacciasse nelle loro ville per osservarli, studiarli. Addio intimità domestica!
Me ne stavo imbambolato in mezzo allo spazio fra le tre stanze del piano superiore, con il mio bel pigiama a righe verticali, uno di quelli a taglio classico maschile, con camicia a bottoni e taschino, per nulla imbarazzato di potermi mostrare ad estranei in quello stato: figuriamoci, se non lo erano loro, dovevo forse preoccuparmi io? Solo allora diedi una rilevante importanza al lavoro di mia cugina, forse tutta quella che gli avevo negato quando l’avevo pigramente lasciato ammollo nella vasca; comunque ero preoccupato che si potesse ulteriormente rovinare e feci dietro front per andare a metterlo al sicuro, solo che al suo posto, sulla poltrona, c’erano dei piccoli cartoncini, che nulla avevano a che fare con dei fogli formato A4.
Chiesi allora ad una signora lì vicino sui trent’anni, strano sul serio, ma oltre a me e Luciano, che nel frattempo era sparito, in casa vedevo e sentivo solo donne, se avesse visto del materiale fotografico sulla poltrona. Lei, l’unica in quella stanza, mi indicò appunto i cartoncini e io avvicinatomi per vedere meglio, sono un po’ miope ed appena alzato, senza occhiali e lenti a contatto posso anche sbagliarmi, mi accorsi che i cartoncini altro non erano che figurine di calciatori.
Rimasi un po’ perplesso, cosa ci facevano quelle figurine e dov’erano le foto di mia cugina, poi mi resi conto che erano la stessa cosa: ogni calciatore era stato modificato: come abbiamo fatto tutti noi da piccoli c’era chi aveva un paio di baffi, chi gli occhiali, chi la barba o una cicatrice, chi la benda da pirata su un occhio… il tutto fatto a penna ma da mani esperte. Sul serio non c’erano differenze tra quanto avevo affogato intorpidito dal sonno e quello che avevo davanti agli occhi, o meglio c’erano, non sono stupido, ma era come se non ci fossero, la stranezza di quello scambio e il riconoscere la divergenza fra quello che cercavo e ciò che trovavo non mi impensieriva: accettavo i fatti così come mi si presentavano.
Raccolte tutte le figurine mi sono imbattuto in Andrea e Duilio, fratelli, figli di Pasqualino, caro amico di mio padre. Si può dire che ci eravamo conosciuti quell’estate, anche se in un paese dove si trascorrono tutte le estati fin dall’infanzia è difficile non conoscere le persone che ci vivono tutto l’anno, ma loro avevano adesso quasi diciotto anni ed essendo io di sei anni più grande, non avevamo in passato avuto contatti, mentre quando si supera l’adolescenza, non c’è una marcata differenza generazionale e si sta tutti insieme. Loro facevano parte di uno dei cinque gruppi o nuclei di ragazzi con i quali spartivo le giornate e le nottate cameratane e con orgoglio posso dire che quei ragazzi si erano affezionati a me. Anche loro mi piacevano.
È stata un’estate positiva, quest’ultima, almeno per il mio tasso di popolarità. Dopo un’assenza di due anni, l’agosto scorso ero tornato in paese, da solo e avevo facilmente riallacciato tutti i contatti con le persone che lo frequentano saltuariamente e con quelle che ci vivono. Avevo verso la fine della mia permanenza litigato con un paio di persone, una ancora mi porta rancore minacciando persino atti di violenza nei confronti delle mie tuttora, fortunatamente, integre gambe, ma è difficile scoraggiarmi.
Quest’anno sono tornato volentieri e con più enfasi e l’aver partecipato per la prima volta al memorial di calcio a cinque, che si svolge da nove anni, essere arrivato in finale, aver sfiorato la vittoria contro la squadra perennemente campione, ha contribuito a farmi apprezzare, conoscere… è stato un momento di comunione, una di quelle cose che mobilitano l’intero paese, che riempiono la bocca di tutti e per un paio di settimane non si parla d’altro. I ragazzi perché giocano e le squadre si sfottono a vicenda, le ragazze perché guardano i ragazzi e si litigano i più carini…
Comunque rivolsi anche a loro la medesima domanda: – “Che ci fate qui?” ovviamente la risposta era scontata.
- “Che ci facciamo? Ma oggi è il Cornelius Day. E la prima casa che visitiamo è proprio la tua, così ti siamo venuti anche a trovare!”
Credetemi, sono rimasto senza parole. Non mi riuscivo ad abituare a quella storia. Invece di uscire dalla stanza e dirigermi nella mia, per mettere al sicuro le figurine optai per andare fuori in balcone, che dava sul retro della casa.
Che magica visione mi si parava dinanzi: Barbara, detta la micia, soprannome che lei e il fratello avevano ricevuto in eredità dal nonno, il gatto appunto. Indossava una lunghette nera, di quelle un po’ svasate, come il calice di un fiore, l’ombelico lasciato maliziosamente scoperto da una corta canottiera color prugna, sorretta da sottili spalline, il tutto sottolineava l’elegante portamento di un’atletica figura cresciuta dalla ginnastica artistica.
I castani capelli screziati da fili di miele carezzavano lievemente le spalle, con esperta mano se ne passò sensualmente una ciocca dietro l’orecchio, gli occhi brillavano di luce propria, le labbra, morbide e succose a vedersi, invitanti nella loro fisicità, dischiuse in un amabile bacio all’aria, mostravano l’avorio di una fila di denti. Credetemi, più che un gatto, sembrava una nera pantera, carica di pericolosa, seducente e aggraziata femminilità.
Fortunatamente quella mattina niente sembrava imbarazzarmi e sinceramente le dissi:
- “Sei veramente bella!”
Niente di più semplice, niente di velato o appesantito da ornamenti poetici, la nuda e cruda verità. Era semplicemente bella e glielo avevo detto in modo altrettanto semplice.
Arrossì leggermente, ma il colore delle sue guance era più un rosa pesca, intonato alle labbra; altrettanto semplicemente mi avvicinai ancor di più e le passai una mano fra i capelli, il palmo colmo della carezza della sua pelle. Credo che non avrei avuto difficoltà nel darle un bacio e lasciar morire lì il mio respiro, ma non era ciò che volevo in quel momento. Le figurine caddero a terra, nuovamente avevano perso importanza le fatiche lavorative di mia cugina; le posai una mano sul fianco abbronzato, gustandomi il contrasto della freschezza di quel contatto, con l’altra scivolai lungo il suo braccio fino ad intrecciare le nostre dita.
Nonostante le ciabatte riuscii a coinvolgerla in un’elegante valzer e stranamente il balcone sul quale ci trovavamo, ci permetteva di piroettare. Al posto di un angusto deposito per uno striminzito stendi panni, stavamo danzando sul pavimento di cotto di una splendida veranda, che affacciava su colline boscose. Un tetto spiovente coperto di tegole riparava le nostre teste e alcune colonne incorniciavano il panorama.
Quello che più mi sorprendeva era come non mi fossi accorto in precedenza dei lavori che aveva fatto mio zio e di quanto poco tempo avesse impiegato, ma in definitiva avevo evitato di utilizzare quella zona della casa, per non dover pulire una stanza in più.
Malgrado il piacere nello stringere quel corpo di donna e dell’inebriante profumo che estasiava i miei sensi, fui distratto dal fastidioso martellare proveniente dall’angolo più lontano della veranda.
A quanto pare il designato elemento disturbatore della giornata, che avrebbe continuato ad irrompere nelle mie attività con l’unico scopo di interromperle era Luciano. Eccolo ora intento a smantellare alcune maioliche del pavimento con una mazzetta da operaio. Non gli era bastato avermi impedito di tornare a dormire e aver guidato un’invasione all’interno della mia casa, no, ora doveva ostacolare il mio corteggiamento volante.
Superato l’impatto del fastidio, per aver lasciato allontanare Barbara dal mio corpo, mi resi conto del danno che stava facendo Luciano alla mia povera seppur irriconoscibile casa. Sapete già quale era la causa del lavoro, chiamiamolo così, che stava facendo vero?! Lo sapevo anch’io, ma glielo chiesi lo stesso, che sciocco.
- “Sono i lavori per il Cornelius Day!”
Di quali lavori si trattasse non lo so proprio, solo vedevo stavano facendo un buco a casa mia e la cosa non mi andava giù, soprattutto pensando a quando lo avrebbe saputo mio padre. Ovviamente per avere spiegazioni non era a lui che dovevo rivolgermi e sapendo dove andare, uscii per strada, si sempre in pigiama, e mi diressi al vicolo dietro casa.
Anche lì c’era qualcosa che non andava, qualcosa di nuovo, ma era solo un particolare di scarsa rilevanza. Quello che mi chiedevo era, possibile che non mi fossi accorto di tante piccole cose, ma che cosa avevo fatto o guardato durante tutta l’estate?! Per come ricordavo io quel vicolo, la parte costeggiante il retro della mia casa era delimitata solo dalle mura esterne degli edifici, invece adesso, a mezza altezza, c’era un grezzo muro, che seguiva l’andatura in discesa della strada. Un muro di quelli che ad urtarci contro ci si scortica la pelle, un muro adatto ad ambientarci l’episodio de i promessi sposi della conversione di Lodovico in padre Cristoforo, quando per una precedenza cavalleresca non osservata, chi rasentava con la destra un muro aveva diritto di passare, un suo amico viene ucciso e lui vendicatolo, prenderà poi il suo nome a ricordo di quanto accaduto. Un muro particolare, quindi.
Salivano la strada, rasentando con la sinistra il muro in questione, questo va detto per la cronaca, Mariano il macellaio ed un crocicchio di paesani di tarda età.
La persona che cercavo era proprio lui, continuatore della tradizione e del lavoro di suo padre, mandava avanti una delle due macellerie del paese, l’unica dove da sempre mi ero rifornito della squisita e saporita carne, ingrediente principale delle estive scampagnate e braciolate. In quel giorno particolare, Mariano svolgeva ruolo di sindaco, o meglio di sovrintendente ai festeggiamenti, quindi chi meglio di lui per aver spiegazioni.
Al contrario di come si era sempre mostrato nei miei confronti, affabile e cortese, Mariano non aveva la minima intenzione di chiarire i miei dubbi e anzi la mia ignoranza l’aveva a tal punto innervosito, da sfidarmi apertamente in una pubblica scazzottata per risolvere la questione, forse il muro aveva ispirato anche in lui le medesime emozioni che poco prima avevo provato io, con l’unica differenza che questa volta, ci tengo a ripeterlo, era la mia destra a reclamare diritto di precedenza.
Accettai l’insolita e démodé sfida, difficile me ne sfugga qualcuna, ma chiesi una proroga di tempo: questa volta il pigiama era inadatto e fuori luogo e avevo voglia di cambiarmi. Tra le risate degli astanti, e con l’appuntamento di incontrarci di lì a poco, mi diressi verso casa per mettermi qualcosa di più pratico e nuovamente, io e Luciano incrociammo il passo. Questa volta scoppiai a piangere, quelle lacrime spinte dalla tensione del momento, accusandolo di avermi cacciato in una marea di pasticci, lui, che oltretutto conosceva mio padre. La tensione accumulata, per l’appunto, era sempre dovuta al timore della reazione paterna, non per il duello, al quale non pensavo minimamente.
Impietositosi, sarà stata una tattica la mia(?!?), Luciano mi consegnò tre fogli bianchi, piegati in quattro. Erano lettere per mio padre.
Tenendole in mano cominciai a sentirmi più sicuro, quegli innati poteri di chiaroveggenza sopiti in tutti noi, si erano di colpo destati, e di nuovo come nella meiosi il solito crossing over, questa volta fra le cellule della mia mano e gli atomi di carta intrisi d’inchiostro.
Concentrandomi sul primo foglio, capii che i lavori che stavano facendo a casa mia, servivano per portare corrente alla strada che collegava il paese con il Parco Nazionale, ad otto chilometri di distanza. Non mi ci volle molto per apprendere il contenuto della seconda lettera. Questa spiegava a mio padre quanto accaduto, sollevandomi al contempo da qualsiasi responsabilità e il modo per ottenere a spese del Comune, un risarcimento danni più un premio per il disturbo. Finalmente la terza: celava il segreto e la spiegazione sull’intera faccenda del Cornelius Day…
Mi svegliai intirizzito, disteso e immobile come un verme congelato, le coperte, come al solito, erano scivolate via e io giacevo lì, inerme, al centro del letto. La stanza era in penombra, dalla finestra ai piedi del mio letto filtrava luce a sufficienza perché tutti gli oggetti mi apparissero chiari. Per quanto attenti si poteva essere, sarebbe sempre entrata un po’ di luce che gli scuri, logori e viziati dal tempo, non lavoravano più a dovere, in più, fuori c’erano ancora le persiane e non le tapparelle.
Nonostante la pigrizia mi dovetti alzare, badando a non svegliare tutte le cellule celebrali perché desideroso di tornare a letto, spinto dall’impellente bisogno di urinare. La birra della notte appena trascorsa aveva già fatto il suo corso.









