1
La fine e il principio
“Fra noi è tutto finito!” Così, semplicemente con questa frase già fatta, queste parole prive di qualsiasi calore, ma ugualmente gravi di un significato sconvolgente, la sua ragazza poneva la parola fine a quasi tre anni di intensa relazione. A quanto diceva, era ormai satura di quel rapporto, le solite incomprensioni erano ormai più importanti dell’amore che entrambi provavano, tanto da indurla a prendere quella decisione.
Dritan accolse la notizia con relativa calma, intendendo che una reazione brusca ed aggressiva, non avrebbe portato a nulla.
In quegli attimi di silenzio che seguirono, gli occhi di lei in basso per la vergogna, quelli di lui fissi sul volto imperscrutabile della ragazza, cercando di afferrare quello sciabordio di pensieri e sentimenti che come un fiume in piena, fuoriuscivano dalla sua mente. Un’evasione in piena regola, tutto il suo Io correva come un pazzo, a briglia sciolta. Il suo Orlando si era ormai scatenato, furioso per la situazione che gli veniva imposto di accettare, inerme di fronte a quel drago che aveva aperto le fauci per inghiottirlo.
Più volte aveva trattenuto l’acqua del cuore, che amara velava i suoi occhi. Avrebbe conservato almeno la dignità, ma non perché denigrasse piangere, anzi sentiva il bisogno di farlo, bensì perché temeva che si sarebbe gettato ai suoi piedi, umiliandosi e supplicandola di tornare sui suoi passi.
Quando aveva ascoltato quelle crude spiegazioni, gli occhi di lei gli avevano rivelato che non doveva nutrire alcuna speranza, e allora perché affaticarsi per qualcosa perso in partenza?! Non aveva certo subito senza provare a reagire, ma ai suoi limpidi ragionamenti, erano seguiti altrettanti spietati rifiuti. E relativo dolore!
Una grigia ed insalubre foschia gli era penetrata nel cuore e lo stava soffocando, togliendogli il respiro.
Restarono insieme, se così si può dire, ancora un po’, poi ognuno per la sua strada. Già, ma quale era la strada di Dritan? Tutto quello che aveva fatto, non lo aveva forse proiettato verso una meta ben precisa, tutti quei passi, non si erano inoltrati sul cammino della vita in due? Con gran sorpresa si accorse di essersi imbattuto in un vicolo cieco, ma nonostante si fosse voltato indietro, speranzoso, alle sue spalle non scorgeva più le orme che sino a lì lo avevano condotto.
Come sul bagnasciuga, la risacca si era impadronita di qualcosa che ora non gli apparteneva più, se non come languido ricordo. Non che avesse già dimenticato la più piccola cosa, al contrario, quanti e quali sentimenti proiettavano gli occhi della sua mente sullo schermo del cuore, ma erano tutti frammenti, moncherini privi di un elemento essenziale, di un corpo che li tenesse saldi fra loro.
Ora si trovava smarrito, disperso in un’ampia radura; qualsiasi direzione avesse intrapreso poteva andare bene, d’altronde, qualsiasi passo avesse mosso, avrebbe potuto precipitarlo in un crepaccio. E lo stare fermi, immobili, non era anche quella una soluzione?!?
Era tanto che non si fermava ad ascoltare la propria voce, sempre immerso nella corrente com’era e pronto a lottare per quello che credeva giusto. Solitamente, poi, le cose le faceva e basta, istintivamente, perché dentro di sé sapeva di dover muoversi in un determinato modo e di conseguenza si comportava. Ma adesso che l’ecatombe incombeva, udiva indistintamente il sordo suono del suo respiro, e solo quello. Possibile che ci fosse tutto quel silenzio, quando fino a poco prima, aveva una risposta per tutto, o credeva di averla?
Il suo orgoglio non gli avrebbe mai permesso di gettarsi consapevolmente in uno dei tanti crepacci che si aprivano tutt’intorno a lui, ma gli sarebbe piaciuto inciamparci per disgrazia, o meglio, per puro caso. Avrebbe potuto anche mentire a se stesso, fingere di non sapere dove avrebbe trovato la morte certa, e continuare a camminare noncurante in quella direzione.
Ora che la speranza aveva cessato di pompare sangue nelle sue vene, credeva di voler annientare tutto il dolore che albergava nelle sue carni. E questo dolore non era altro che amore. Amava ancora quella ragazza che aveva aiutato a crescere, e che divenuta grande, lo aveva allontanato, ma le voleva un bene dell’anima e pur di non perderla, era pronto ad accettare le condizioni che lei aveva imposto. Continuare a vedersi, sì, ma non stare più insieme.
Dritan non sapeva se fosse o meno onesto con se stesso, accontentarsi di quei forzati incontri, pur di vederla, o frequentarla sperando che cambiasse idea. D’altronde continuava a ripetersi che concederle quello che gli chiedeva, era proprio ciò che avrebbe impedito un impensabile ripensamento. Infine, così si trastullava, vederla gli avrebbe provocato maggiore sofferenza, e adesso lui voleva soffrire, sperando di bruciare tutto e subito.
Lei lo aveva barbaramente lasciato, perché continuare a provare tutto quel trasporto per una persona che non ti vuole, meglio raggiungere il suo stesso livello, per quel che concerne i sentimenti e vivere più tranquillamente i giorni che sarebbero venuti.
Così cominciò la sua guerra di annientamento! Era pronto alla distruzione completa, fiducioso di raggiungere in tal modo la salvezza eterna… sarebbe invece sprofondato in una tortura infinita?!? Aveva deciso di scoprirlo.
Tanti dicevano di invidiare quella posizione che ora, costretto o meno, si trovava a ricoprire: era una persona libera e poteva fare quello che voleva, divertirsi più di chiunque altro. E invece lui non invidiava affatto la situazione attuale, ed era sicuro che libertà non implicasse divertimento. Era contento di come andavano le cose in precedenza, era felice di vivere assieme alla sua ragazza e avrebbe continuato a farlo, se solo gli fosse stato concesso.
Aveva pensato di tormentarla, di supplicarla, di dimostrarle che la sua scelta era sbagliata, di scivolare in uno stato di atarassia finché qualcuno non fosse andato a scuoterlo. Cadere in una specie di letargo, eclissarsi dal mondo e dai suoi sentimenti.
Già, quei famosi sentimenti che sempre aveva seguito, di cui sempre si era ciecamente fidato e che lealmente aveva rispettato e onorato. Ma erano gli altri che non li rispettavano, o tantomeno trovavano più facile calpestarli, seguendo oscuri impulsi che a volte, solo la bieca natura umana è capace di dettare.
Ebbene, per una volta, anche per Dritan non ci sarebbero state né remore, né limiti ispirati dalla lealtà, da un senso di giustizia e dall’amore. Non avrebbe di certo calpestato gli altrui sentimenti, o almeno avrebbe prestato la massima attenzione perché questo non accadesse, ma voleva provare a seguire la carne, il suo corpo e non più cuore e ragione.
Questa era la sua scelta e l’avrebbe affrontata con tutte le sue energie, salvo che altri imprevisti, non lo avessero distolto da quel proposito.
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2
Prove in laboratorio
Un fisico asciutto, slanciato e ben fatto, occhi miele-dorati, moro, poteva definirsi senza esitazioni un bel ragazzo… in più era molto socievole e dotato di vivacità e simpatia fuori dal comune. Ma seduttori non lo si diventa da un giorno all’altro, e questo lui lo sapeva. Non aveva mai avuto problemi ad allacciare immediate amicizie con chicchessia e specialmente, era molto apprezzato dall’altro sesso. Godeva dell’invidiabile fortuna di conoscere molte belle ragazze, tutte sue amiche, ma negli ultimi tempi, quando l’amicizia assumeva caratteri diversi, sfociando in velate dichiarazioni di attrazione fisica, lui era sfuggito a queste avance, a volte troncando quasi definitivamente il precedente rapporto.
Questo perché credeva nell’amore, quello che provava per la sua ragazza, e il tradimento, anche perché ne portava dentro le bruciature, era per lui qualcosa di bieco e corrotto. Non sarebbe mai stato capace di commettere qualcosa di così turpe, né avrebbe avuto la forza di conviverci.
Quindi, quando temibili predatrici avevano cercato di abbrancare le sue carni e queste, non indifferenti, avevano fatto ribollire il suo sangue, lui era semplicemente scappato. Ma ora l’agnello voleva trasformarsi in un branco di lupi famelici, scarni per la fame che, accerchiato un gregge, hanno come unico problema, quello di scegliere la prima vittima. In ogni modo voleva evitare di passare come uno di quegli sfigatissimi lupi da cartone animato che, nonostante innumerevoli sforzi e arzigogoli vari, finiscono sempre con un pugno di mosche.
Avrebbe voluto raggiungere il suo scopo con il semplice schiocco delle dita, e forse un po’ s’illudeva, che bastasse solo quello. Quindi era necessaria una strategia curata nei minimi dettagli. Forse, prima di arrivare al sodo, avrebbe dovuto fare un po’ di pratica, cercare di catturare più ragazze possibili nella sua ragnatela, guardare quali esche non funzionavano e scegliere le migliori.
E mentre fantasticava su ansanti grovigli di corpi umani, la sua ragazza, la sua ex-ragazza si era nuovamente fatta sentire. Convinto di poter più velocemente e molto più drasticamente debellare il suo dolore con la stretta vicinanza, Dritan aveva finito con l’accettare l’invito di uscire con Micol, solamente tre giorni dopo che questa lo aveva scaricato.
Affascinato dalla via di sesso che la sua mente voleva aprirgli, una sconcertante prospettiva si fece avanti nei suoi desideri. Per una serie di circostanze, il discorso fra i due era scivolato proprio sul sesso, così lui propose, quasi senza vergognarsene, che quell’amicizia che lei gli imponeva, avrebbe potuto assumere aspetti più intimi. Di sicuro la ragazza si meravigliò per quello che aveva appena udito, ma forse ad essere sorpreso, fu lo stesso Dritan. Perché si era accorto che quello che aveva chiesto, era ispirato solo in minima parte dai sentimenti di amore che provava per quella che ancora vedeva come la sua ragazza.
Entrambi avevano perso insieme la loro verginità, in una stellata sera d’estate, sulla spiaggia, e da quella prima volta, la loro intesa sessuale si era eccezionalmente raffinata. Avrebbe volentieri fatto l’amore con quella ragazza solo ed esclusivamente per il piacere di farlo, per il modo in cui l’avrebbero fatto e quella, in pratica, era la sua proposta: lei gli chiedeva di continuare a vedersi, non come ragazzo e ragazza, ma come amici; lui, d’altro canto, le chiedeva di continuare a fare sesso unicamente per la voglia di farlo. Non c’era stata risposta.
Lo stesso il neo-promosso “aspirante cacciatore” aveva iniziato a muovere i primi passi, su quel vasto territorio che l’università e la metropolitana gli offrivano.
La prima occasione, un paio di giorni dopo, al rientro a casa, proprio su un vagone della metro. Una misteriosa creatura, di cui il solo viso faceva capolino da una montagna di panni pesanti, sedeva di fronte a lui. Il primo fu uno sguardo timido, distratto, colpevole, che subito cercò rifugio in uno slogan pubblicitario. Ma il ragazzo, sentendo il fascino della sfida, si fece coraggio e tornò a cercare gli occhi di lei… e li trovò che fissavano i suoi.
Per tutta la durata del viaggio le loro iridi continuarono a fissarsi, studiarsi, infiammarsi. Per un paio di volte, Dritan sentì un tiepido languore sciogliere la fuligginosa coltre che gli gravava sul cuore. Arrivò infine la sua fermata e prima di scendere, Dritan regalò un’ultima ammaliante occhiata alla ragazza, che ricambiò cortesemente. Lei scese alla fermata successiva.
Per la prima volta in tre anni, aveva guardato una ragazza che non fosse Micol, con l’esplicito intento di conquistarla. Era molto contento, perché ora il suo proposito gli sembrava più realizzabile di prima. Non gli interessava conoscere il nome di quella ragazza, né rimpiangeva di non averci parlato, un passo alla volta, questo si ripeteva e questo intendeva fare.
Se l’avesse nuovamente incontrata, forse le avrebbe rivolto la parola, ma anche se non l’avesse mai più rivista, era ugualmente soddisfatto e si sarebbe ricordato per sempre di quell’incontro, anche perché la gioia che a tutti i costi cercava e si procurava, scaturiva da una premessa di dolore.
Il giorno dopo fu meno fortunato. Se ne stava seduto su una panca, in un corridoio semi-deserto dell’università, immerso nei suoi pensieri. Cercando di comporre una poesia, la prima che non dedicava alla ragazza che amava, anche se per vie scoscese era sempre lei la fonte della sua ispirazione, quando un’altra studente gli si sedette accanto.
Con la coda dell’occhio Dritan spiava la sua vicina, immersa curiosamente in quello che stava facendo. Tanto che alla fine, armata di un po’ di coraggio, inopportuno forse, gli chiese che cosa stesse scrivendo. “Una poesia!” rispose molto fieramente, sollevando lo sguardo dal foglio, per poi riposarvelo. Prima che potesse riprendere a scrivere, lei lo interruppe nuovamente: “Di cosa parla?” Cedendo alle sue pressioni e sperando di rammentarsi in un secondo momento i versi che aveva pensato: “Di una storia d’amore, non a lieto fine”.
I due scambiarono qualche frase di routine, per poi finire col parlare di racconti e poesie, anche lei scriveva, molto raramente. Gli ricordava una sua conoscenza, che non gli era neanche molto simpatica e questo andava a peggiorare quella sensazione, che da predatore fosse tornato preda. Infatti scorgeva negli occhi di lei, quando parlava di questa o quell’altra storia, un’impellente brama di ardore, quasi maniacale. Si conoscevano da meno di un’ora e già la ragazza si nutriva di ogni sua parola, come se lui fosse il profeta di un’arcana setta, custode del segreto dell’immortalità. Questo lo faceva sentire a disagio, soprattutto perché non le piaceva quella ragazza e le vittime della sua vita prossima, doveva essere lui a sceglierle.
Fortunatamente dovevano entrambi seguire delle lezioni, differenti, un ottimo pretesto per svignarsela.
Alessandra, invece, la conobbe il giorno seguente, durante un’ora di laboratorio di lingua inglese. Era una ragazza molto alta, quasi quanto lui, ramati capelli le sfioravano la marcata linea mascellare, chiari occhi verdi scrutavano il mondo da lenti di una delicata montatura, conferendole un’aria di svagato interesse per quel che spaziava nel suo orizzonte visivo. Succose labbra rimanevano perennemente dischiuse in procinto di baciare, una perlacea scogliera era celata da queste.
Era seduta proprio accanto a lui, che non poteva non guardarle furtivamente le gambe, sensualmente modellate, fasciate da un bianco pantalone aderente. Le sinuose onde dei suoi muscoli non erano interrotte neanche dalla presenza di un paio di stivali, che le conferivano il fascino aggressivo di un’amazzone. Si sentiva fortemente attratto da quella ragazza e sarebbe stato veramente lieto di provarci con lei, e di riuscirci.
Intanto Micol continuava a telefonare e lui accettava quegli incontri, magari approfittando dell’intervallo tra una lezione e l’altra. Quando stavano insieme, troppe volte si sentiva l’imbarazzo di lei nel guardare gli occhi di lui, che troppe volte, era costretto a reprimere dei gesti che ancora gli venivano spontanei. Assurdamente il suo animo si placava alla sola vicinanza della ragazza, ma non perché provasse qualche speranza, bensì proprio perché gli riusciva più facile accettare la situazione, vivendola di prima persona, e non limitandosi ad immaginare il tutto.
Trascorse una settimana, la prima, e arrivò nuovamente il week-end. Si era rassegnato a trascorre un noioso sabato sera a casa, anche perché i suoi amici, in fatto di organizzazione, erano un vero disastro e ognuno pensava prima alle proprie uscite, e poi a fare qualcosa tutti insieme. Ma se altre volte aveva rimediato a questa mancanza, affrontando un piacevole tete a tete con un altrettanto piacevole persona, ora si sentiva più solo che mai.
Come una zattera sballottata dalle onde, illusa speranza di salvezza, quella sera si fece sentire un suo vecchio amico delle medie, Gabriele, con cui, anche se sporadici, ancora esistevano dei contatti. Dopo le solite formalità sulla salute, la famiglia e gli studi, le classiche, questa volta inopportune domande su Micol. “Mi dispiace” disse solamente Gabriele, e Dritan gliene fu molto grato. Sorvolarono oltre, magari anche perché all’amico, ancora doleva la sua delusione d’amore. Anche lui dopo tre anni aveva visto finire la relazione con la sua ragazza, ma era stato lui a prendere la decisione, rivelatasi in seguito molto saggia. Semplicemente non si trovava più bene nei panni del fidanzato, legato da catene troppo strette, che finivano col soffocare la sua gran voglia di libertà. A conferma della sua prigione dorata, il disperato tentativo della ragazza di rimanere incinta, o comunque, di fingersi tale solo per costringere Gabriele a rimanerle vicino, chiamando in causa le sue responsabilità di futuro genitore.
Quella sera ci sarebbe stata una festa e visto che Gabriele non gli aveva dato possibilità di scegliere, Dritan si accingeva a cambiarsi, d’abito e di spirito. Continuava a ripetersi di cogliere qualsiasi occasione al volo, e possibilmente di crearsele lì dove non ce ne fossero; dapprima perplesso, alla fine convinto, prese con sé un preservativo. Tutto il contrario di quanto avesse preventivato o sperato: una festa a casa e non in un locale, pochissime ragazze, da poterle contare su una mano, priva di due dita, tutte con i rispettivi ragazzi. In compenso i genitori della festeggiata non avevano badato a spese, in fatto di cibo e si potevano preparare i più svariati panini o tartine; inoltre era scampato alla noia casalinga, anche se inciampando in una semi-noia estranea… Una grandiosa festa all’insegna della cannabis.
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3
Sul filo del rasoio
I giorni trascorrevano ricordando quella condanna all’esilio, come i granelli di sabbia che scivolano lungo le pareti di freddo vetro di una clessidra, precipitando in un vortice e sprofondando in altra sabbia, aspettando solo di ricominciare daccapo. Dritan era un tipo ostinato e trasformava molte delle cose che faceva in una sfida alle sue capacità, alla sua volontà. Ed era un tipo che non amava perdere, a meno che il suo avversario non fosse più degno di lui della vittoria. Ma visto che era l’unico concorrente, non ammetteva sconfitte e quella sfida in cui l’avevano schiaffato, doveva trasformarsi in uno splendido trofeo. Così per quanto amaro fosse il boccone, si trattava di farci l’abitudine, così come si era abituato a dividere la sua vita con la ragazza che amava, ora non doveva più dividere niente, riappropriarsi della sua persona e imparare ad usarla meglio di quanto avesse mai fatto prima di allora.
Non rimpiangeva nulla, né tantomeno si rimproverava di non aver fatto questo o quello; sapeva ancora apprezzare il tempo trascorso insieme a Micol, necessario ad entrambi per crescere e far tesoro di esperienze, ma sapeva altresì che non poteva permettersi di sprecare la minima parte della sua vita, e stare ad aspettare un ripensamento da parte della ragazza, o tornarci insieme alla condizione che sarebbe stato l’unico a mettere da parte l’orgoglio, impegnandosi e scendendo a compromessi, sarebbe stata una perdita di tempo.
Armato di questi buoni propositi, il cavaliere solitario si preparava a combattere la sua crociata personale. La posta in palio era molto alta, ma quanti e quali sacrifici gli avrebbero permesso di conquistare la sua libertà?!
S’incontrarono nuovamente, in un’aula deserta del dipartimento di lingue. Parlarono di tante cose, soprattutto di quella proposta che Dritan aveva avanzato e che Micol, alla fine, aveva accettato. Alla fine perché in un primo momento riteneva di doversi sentire offesa da tale richiesta, che quello poteva essere uno stratagemma per farla tornare sui suoi passi, ma poi, anche per il piacere personale che poteva trarne, si era convinta delle buone intenzioni del ragazzo. Si erano talmente avvicinati, quel giorno, ritrovati e riscoperti, che lottavano per non cedere alla passione e fondere tutto il dolore in baci e abbracci.
Sicuramente quel giorno, dei dubbi che assillavano il cuore di Micol, erano quelli favorevoli al ripristino di una storia d’amore ad aver avuto la meglio, sì che la ragazza, sentiva l’assoluto bisogno di alleggerire la sua coscienza. Un paio di sere prima era uscita con un ragazzo e si erano baciati. Diceva di essere pentita del gesto, soprattutto perché lo aveva fatto cercando di dimenticare e non pensare a Dritan, ma quello che voleva, era stare insieme a lui in modo più sereno e sincero.
Dritan prese la notizia con una freddezza inspiegabile, il suo cuore non ebbe alcuna fitta di dolore o di rammarico. Si era semplicemente aspettato un comportamento del genere e cercò addirittura di giustificarlo. D’altronde, non era quello che lui stesso aveva pensato di fare, frequentare altre ragazze e abbandonarsi agli istinti della carne?!? Era stato battuto sul tempo, un tempo molto breve, tornò a pensare più tardi.
Restarono insieme per mezza giornata, come due innamorati, costretti però a non cedere alle loro passioni. E Dritan iniziò a sperare e a pregare. E ad umiliarsi.
La mattina seguente c’era un cielo cristallino in cui obliquo, sfavillava un sole primaverile, a riscaldar la frizzante aria portata dalla notturna tramontana. Quando ci si imbatteva in una zona d’ombra, l’inverno ti assaliva con tutto il suo rigore, come se degli invisibili germi del freddo, si annidassero in quelle parti ignorate dal sole, pronti a predare un incauto passante del prezioso calore, per infondergli con tanti piccoli morsi, un veleno refrigerante.
Ma al sole si stava veramente bene e Dritan ne aveva approfittato per godersi una tranquilla pausa pranzo. Si era andato a sistemare sulla scalinata della biblioteca, di fronte alla quale c’era una fontana e la statua raffigurante la Virtù della Sapienza. C’erano molti altri ragazzi, come lui, che solevano trascorrere gli intervalli fra una lezione e l’altra, specialmente quando troppo brevi per poter studiare, su quei bianco-grigi gradini.
Alcuni parlavano dei loro problemi, di come avevano trascorso la sera precedente, altri si concedevano un sonnellino ristoratore, altri ancora erano semplicemente lì, assorti nella bella giornata, completamente abbandonati ai benefici effetti di quell’accogliente stella.
Dritan era uno di questi, o almeno fino a quando non si mise a scrutare la gente che passava, nella speranza di scorgere Micol. Quasi tutti andavano di fretta, muovendo piccoli e nervosi passi sullo scuro selciato. Sembrava di essere al mare, il sole che scottava la pelle e stancava gli occhi, quelle persone che fluivano come le onde sul bagnasciuga, adesso un’onda che arriva, di medie dimensioni, e quando torna indietro ha perso consistenza, poi stiamo lì ad aspettare che salga nuovamente a bagnarci i piedi, la stessa onda, che più non può essere, ma ne arriva un’altra, più piccola e quando se ne va, questa volta ha qualcosa in più.
Saltò una lezione, approfittandone per migliorare la sua pronuncia spagnola. Poi la vide, che ritornava verso il mare insieme ad un’amica. Raccolse le sue cose, scese i gradini e si mise dietro di loro, per qualche passo, senza essere scorto. E si sentì improvvisamente l’uomo invisibile, che spia la gente senza che nessuno si accorga di lui. Rubare gesti e parole di altre persone, nascosto nel silenzio. Si schiarì la voce e salutò le ragazze.
Fecero la strada di casa tutti assieme, il ragazzo fu il primo ad allontanarsi dalla compagnia. E per tutto il tragitto rimase l’uomo invisibile. Micol gli lanciò un paio di fredde occhiate e si sforzò di rivolgergli qualche parola distratta.
A distanza di un giorno Dritan si accorse dell’errore commesso, aveva osato sperare, si era nuovamente fidato di quella ragazza perennemente indecisa, nel bene e nel male. Tutto quello che aveva con estrema difficoltà tentato di costruire, era franato in un lasso di tempo così breve, da potersene accorgere, solo a distruzione ultimata. Ed eccolo là, un burattino in balia dei sentimenti e degli umori del suo carceriere. Umori che dettavano ogni comportamento di Micol, oggi più dolce, quasi propensa ad un ritorno al passato, domani aspra di un veleno mortale, pronta a colpire come un cobra che si erge a difesa della sua vita. E Dritan si prostrava al suolo, continuando a baciare la terra calpestata dai piedi di Micol. E veniva a sua volta calpestato.
Il dolore di venir umiliato era pari a quello che provava fornendole occasioni per essere umiliato, non trovando la forza di reagire alle offese subite, o ritrattando, da vigliacco, gli scatti di orgoglio. E fu anche capace di umiliarsi da solo, a tal punto da vergognarsi di essere nato. E le rosse lacrime che pianse, lo strapparono da quella follia suicida, restituendogli lo stimolo necessario per continuare a vivere.
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4
Anno nuovo, vita nuova
Il coraggio di prendere una decisione categorica, che lo avrebbe strappato da quel doloroso torpore, ma che non lo avrebbe ugualmente salvato da altre sofferenze, lo trovò a pochi giorni dalla fine dell’anno.
Quelle vacanze le aveva trascorse girovagando da una casa all’altra, fermandosi ogni tanto a dormire nella sua. Ne aveva approfittato per rinsaldare tutti i legami affettivi che lo univano a numerosi amici, dedicando la mattina agli uni, il pomeriggio agli altri, la notte era invece spesa dietro a feste e locali vari. Si era indubbiamente divertito, senza mai rinunciare alla minima occasione che gli si fosse presentata, solo, unico neo, quel divertimento si voltava sempre per condividerlo, ma Micol non c’era mai.
Proprio una di queste sere, a cena a casa di vicini, l’incontro che l’avrebbe spinto a destarsi. Una ragazza più grande di lui, carina, quasi bella, ma fisicamente ed interiormente logorata. In comune, una delusione d’amore. Solo che per lei, ogni occasione era un valido pretesto per isolarsi dal resto della compagnia, pensare al suo lui e piangere rovinosamente. Poi, ogni persona che tentava di tirarla su, si trasformava in un bersaglio per i suoi monologhi, che in quanto a fantasia di contenuti, lasciavano tremendamente a desiderare. Continuava a sguazzare in quella mota purulenta, senza nemmeno accorgersi che era lei stessa ad alimentare il fetido liquame. Per paura di agitarsi, ché una sua decisa azione provocasse un’ondata in grado di sommergerla, andava lo stesso incontro alla sua fine. E più restava a mollo, meno energie avrebbe avuto in futuro: imboccato ormai il tunnel dell’anoressia, sostituiva il cibo con psicofarmaci.
Dritan era fermamente convinto che non si sarebbe mai ridotto in quello stato e che ormai, era giunta l’ora della riscossa.
L’ultima volta che la sentì, fu per scambiarsi gli auguri di fine anno, voleva mantenere quanto si era ripromesso e quella data poteva e doveva essere un ottimo pretesto: chiudere un ciclo che diventava sempre più ostile e iniziare un nuovo capitolo.
Anche se non voleva ammetterlo, da quando si erano lasciati, non aveva fatto altro che prendersi in giro da solo. Diceva di voler cominciare un nuovo stile di vita, abbandonarsi al piacere e al divertimento, ma non aveva continuato a lasciare una porta aperta, sperando o semplicemente aspettando di vederci entrare Micol, quali ne fossero state poi le conseguenze?! Soprattutto da quando lei aveva nuovamente cambiato le carte in tavola, non poteva nasconderlo, aveva creduto in un suo prossimo ripensamento. Magari anche per mettersi alla prova, guardando se sarebbe stato capace di rifiutare qualcosa che desiderava ardentemente, ma che sapeva gli avrebbe fatto male. E poi era lei a mancargli, adesso, o quello che lei rappresentava? Certo, ancora si dispiaceva di non averla più al suo fianco, ma non era forse l’abitudine, quello di cui più sentiva la mancanza? La soluzione non poteva di certo consistere nel sostituire una routine con un’altra, ma se il tempo gli sembrava così nefasto e troppo lento a trascorrere e proprio non poteva fare altrimenti, dovendo nuovamente regolare le sue giornate, che almeno queste non ruotassero in funzione sempre della stessa persona.
Non vedeva assolutamente altre vie d’uscita, tagliare tutti i ponti, definitivamente, senza pensare in un futuro ripristino dei contatti. Solo, come comportarsi, qualora si fossero incontrati all’università? “Passo dopo passo!” Quando ciò si sarebbe verificato, avrebbe pensato al da farsi.
Dall’ultima volta che si erano visti, erano passate circa tre settimane e per Dritan, le cose, avevano assunto finalmente una piega diversa. A partire dall’impegno nello studio, considerevolmente migliorato, per finire a piccole quotidiane attenzioni, o personali filosofie di vita, il ragazzo cominciava a farsi da parte, per lasciare il posto all’uomo.
Per certi aspetti, per quanto cioè riguardava la sua volontà, si era fatto più deciso e intransigente nei confronti delle altrui intromissioni. In passato era capitato che per esaudire le richieste degli amici, poteva poi disporre di troppo poco tempo per occuparsi di quelli che erano i suoi interessi, con il rischio di non riuscire affatto bene in quello che si aspettava un successo.
D’altra parte, certi suoi spigoli di testardaggine, dettati da quei ferrei principi morali alla base della sua vita, cominciava gradualmente a smussarli, intendendo quando un comportamento ostinato, fosse per lui stesso e per chi lo frequentava, altamente distruttivo.
Eppoi aveva cominciato a pianificare un suo progetto, che presentava non lievi difficoltà, ma che con molto impegno e un pò di fortuna, poteva comunque realizzare.
L’indipendenza, una vita al di fuori del suo nucleo familiare, questo ciò cui aspirava, comfort e disagi connessi.
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5
Rovine di un tempio antico in mare
Il primo mese dell’anno andava ormai esaurendosi, ma le fredde giornate invernali non si erano fatte vedere, cedendo il posto ad un perenne tiepido sole. Dritan continuava a gozzovigliare e a trastullarsi sulla scalinata della biblioteca. Ogni pomeriggio, dopo pranzo, si sdraiava completamente, assumendo impensabili posizioni dettate dalla rigidità del marmo, dedicava qualche attenzione alla lettura di un libro, poi cedeva inesorabilmente al fascino di Morfeo.
In verità non riusciva proprio a dormire, ma transitava in quella fase di sogni frenetici che facendolo sussultare, lo destavano momentaneamente, richiamandolo alla dignità del luogo ove si trovava, presto elusa e nuovamente tradita dal languore di un’immagine.
Uno di quei giorni, quando ancora non si era del tutto rilassato, ma ancora persisteva nella lettura, ecco che un’ombra lo separa dal sole e lo costringe ad alzare lo sguardo. Una ragazza dalla ricca chioma mora era in piedi dinanzi a lui, sorridente. Lo guardava con occhi di intensa vitalità, scuri anch’essi, che curiosavano in quelli chiari di lui. Poi lentamente, con infinita grazia, la ragazza si tolse lo spolverino color sabbia e la sciarpa, poggiandoli a terra, accanto a Dritan e lì si sedette.
Lo snello corpo di squisite fattezze, si curvò armoniosamente, una mano accompagnava i suoi movimenti. Con estrema semplicità e spontaneità la ragazza si sdraiò, poggiando la testa sulle gambe di Dritan, chiedendogli di leggere ad alta voce, così che le sue parole la cullassero mentre del sole si beava. Gli occhi chiusi lasciava che la mano del ragazzo le lisciasse i capelli, percorrendo a volte i raffinati lineamenti del suo volto. Paga di quelle carezze, si mise seduta, raggiante di un sorriso complice. Le si avvicinò, sentì il caldo respiro di lei confondersi con il suo, poi le loro labbra si unirono, si aprirono e furono le loro lingue a seguire la foga del momento. Interminabili gli infiniti baci sempre più arditi che si scambiarono.
Ormai si era fatto buio e l’aria era più fredda, indossarono i loro soprabiti, s’incamminarono apparentemente indifferenti verso la metropolitana, lasciando che il resto del mondo, scivolasse ai loro fianchi. Si salutarono e senza darsi appuntamento, l’indomani s’incontrarono nuovamente, allo stesso posto, con la medesima foga del giorno precedente.
Quella domenica andarono al mare, distesi sulla sabbia fissavano il cielo. Le nuvole erano come allineate su di uno stesso piano, piccoli ciuffi di panna montata, marcati leggermente da leggerissime linee celesti. Dopo un po’ che guardavi quel soffitto, era come se ti trovavi di fronte a uno di quei quadri tridimensionali, dove la figura balza fuori dalla cornice e sembra fluttuare in aria; così quel gregge di pecore ammassate le une alle altre, sembrava poco più distante di un metro, tanto che se allungavi il braccio ti aspettavi di poterlo toccare.
Il mare era calmo, ma le sue acque verde-bottiglia lasciavano intuire quanto fosse freddo. Minuscole pagliuzze rosso-dorate sbrilluccicavano saettando lambendo le piccole increspature, come pesci alieni che nuotassero sul dorso. Un qualcosa di indefinito, né nube perché meno consistente, né foschia perché troppo uniforme, si parava come un velo dinanzi al sole, privandolo di quella fastidiosa luminescenza, sminuendolo così al rango di luna.
La brezza nei capelli, fissavi lo sguardo all’orizzonte, le nari colme dell’odore salmastro delle alghe e dei granchi, rottami che marcivano sepolti dalla sabbia; intanto aspettavi che gonfie vele bianche sospingessero un antico vascello, penosamente nascosto da una sinistra cortina fumogena.
Dritan si alzò, dirigendo cauti passi incontro al mare, quasi temesse a lasciare le sue orme. Si fermò, le mani in tasca, i piedi sfiorati appena dal continuo ondeggiare delle acque, lo sguardo fermo all’infinito, a captare quei colori, quegli odori, la mente altrove.
La ragazza lo raggiunse, affiancandolo. Lui la strinse forte a sé, nessuna spiegazione, intendeva comunicarle tutto il suo essere basandosi unicamente sul contatto. Quando i loro sguardi s’incrociarono, si fusero in un romantico bacio.
Fuori cominciava a fare più freddo, tornarono alla macchina e si avviarono verso casa. Nonostante una lunga e piacevole sosta presso la pineta, i loro ardori non si erano placati, al contrario, alimentati da carezze e baci al limite del proibito, imploravano di potersi sfogare liberamente. Purtroppo non potevano spingersi oltre, così decisero di vedersi l’indomani mattina, a casa di lui.
Andò ad aprire la porta poi mentre lei si sistemava in bagno, tornò alla scrivania a leggere. Dopo circa una decina di minuti, la luce si spense e la ragazza entrò in camera, chiudendosi alle spalle la porta. Dritan continuava divertito nella sua lettura. Le mani di lei gli graffiavano la testa, provocandogli un brivido di piacere che gli percorse il collo. Lo fece ruotare, tirò su la sua minigonna e si sedette cavalcioni sopra di lui. Sembrava volesse nutrirsi della sua lingua, tanto avventati erano quei baci. Sempre continuando a divorarlo, gli sbottonò la camicia, per poi scalfire il suo torace, con unghie voluttuose.
Lui si alzò in piedi, sorreggendola per i glutei, poi cominciarono a fare una danza erotica, roteando nella stanza. La portò verso il letto, gettandocela sopra; lei finì di togliergli la camicia, poi fu la volta dei jeans. Dritan si scaraventò su quel corpo fremente, le abbassò le calze nere quel tanto che serviva per ottenere uno sconvolgente contrasto con il candore delle cosce, leggermente dischiuse. Le scostò gli slip e prese a baciarla. Gustava quel buon nettare e la sentiva agitarsi, dimenarsi sul letto, mentre i suoi gemiti rompevano il silenzio.
Prima le sfilò la minigonna, poi la maglietta, quasi strappò il reggiseno, avventandosi su quei pomi acerbi, mordendone la polpa. Lei gli stringeva forte il sedere. Finirono di spogliarsi e si nascosero sotto le lenzuola. La penetrò, dolcemente, delicatamente, profondamente. Era dentro di lei, indossandola perfettamente, posseduto a sua volta.
Cominciò a muoversi, ritmicamente, sempre lentamente, in modo che entrambi gustassero ogni attimo di quella giostra. Spingeva con i fianchi, saliva dentro lei, poi si inarcava con la schiena e quasi ne usciva fuori. Un atroce tortura, al limite della libidine, continuava a sfiorare quel punto di equilibrio, quella carezza nella mente. Lei voleva che incalzasse sempre più, lui voleva farlo, ma continuava con quel quieto dondolio.
La ragazza aveva provato ad aumentare il ritmo, afferrandolo e tirandolo più velocemente a sé, ma lui ritardava poi l’uscita; cercava di andargli incontro con frenetici balzi del corpo, ma lui ristabiliva la calma. Cedette, alla fine, la ragazza, abbandonando le braccia sul letto, scomposte, una tirata su, accanto alla testa. Aveva tentato di resistere, di imporre la fretta, per seguire l’istinto, bramava dal desiderio di oltrepassare quel muro, raggiungere la vetta per poi ridiscendere. Invece lui la continuava a tenere su toni altissimi, innumerevoli picchi in cui si sentiva sciogliere dal piacere. E apprezzava quel supplizio.
Rimasero uno dentro l’altra, lui sopra lei, i nudi corpi fusi e abbracciati, sciolti in un bacio senza fine, dal sapore di miele. Poi Dritan avvertì degli spasmi all’altezza del ventre, sempre più ritmici; la ragazza lo strinse ancor più forte, con le gambe e con le braccia. Cominciò a piangere, poi passò a singhiozzare. Calde e amare lacrime sporche di rimmel le graffiavano il volto delicato. Non le disse niente, solo continuò a stringerla, proteggendola, accogliendola dentro di sé. Con una mano le carezzava la testa, la fronte, con le labbra baciava quegli umidi occhi, portando via l’amarezza ma non il dolore.
Perso fra le sue braccia il corpo straziato di Micol, della ragazza che tanto aveva amato e ancora continuava a volere. La guardò come se si stesse fissando allo specchio, come se quegli occhi colmi d’infinita tristezza, che riversavano fiumi di vita appassita fossero i suoi. Sarebbe potuto capitare a lui, di essere assalito da chissà quale ricordo, aggredito da chissà quale pensiero e precipitare in un baratro terrificante, ove entità spaventose minacciavano quell’equilibrio che uno tentava disperatamente di raggiungere e magari s’illudeva di aver ormai consolidato. Avrebbe potuto essere il suo, il corpo che anelava singhiozzando di respirare un po’ di aria.
La sua fortuna era stata quella di essersi veramente preparato, spiritualmente, a quanto aveva poi fatto, fisicamente. Prima di cedere a quegli istinti dettati dalla passione, si era chiesto se era veramente pronto ad affrontare una situazione del genere, e le risposte che aveva lette nel suo cuore erano state sincere. Non sarebbe ricaduto in uno stato d’umiliazione quale aveva precedentemente raggiunto e qualora avesse avuto il sentore che ciò potesse accadere, si sarebbe prontamente ritirato da una situazione a lui nociva.
Aveva sperato in un’ultima volta, l’aveva cercata e quando alla fine gli era stata offerta, l’aveva accettata. Non si pentì di averlo fatto.
Micol non era stata altrettanto fortunata, o meglio, altrettanto onesta con se stessa. Fisicamente, forte era l’attrazione che ancora provava per Dritan, razionalmente, sapeva che non doveva cedere ai desideri della carne. Indecisa fino alla fine, aveva avanzato la sua proposta, rinnegandola il giorno seguente, tornando nuovamente sui suoi passi, per poi pentirsene.
Sembrava un’antica statua, deturpata del suo fascino dal lento trascorrere del tempo, avvilita lei stessa della sua condizione. Un simulacro che lui aveva adorato e venerato, il cui charme misterioso, quel sapore d’arcano e d’indefinito, abilmente lo aveva affascinato, quasi intrappolato con le sue fitte trame dorate. Ma la magia ora era finita, svanite le ultime parvenze dell’incantesimo; le sorprese avevano perso la loro spontaneità, troppo prevedibili e quasi banali.
Quale orribile incrocio: una Gorgona con le fattezze di una Venere, misteriosa, anche lei, ma di un fascino pericoloso. Dritan doveva fuggire quegl’ignei occhi che perforavano la notte e lo braccavano, bramosi di attingere alla sua linfa e di renderlo un cieco schiavo, assetato di sangue, che carponi avrebbe mendicato mollichelle di pietà dalla mano del suo carnefice.
Nascondersi o combattere, proteggersi dietro uno scudo o impugnare il suo brando. Avrebbe potuto trovare ugualmente la morte, come la vita. Decise per lo scontro diretto, avrebbe affrontato il nemico prendendolo di petto, non si sarebbe fatto trovare impreparato alla lotta.
Così la sfidò, entrò nel suo antro e gridò forte il suo nome, annunciando la sfida. Sentiva i passi di lei farsi sempre più vicini, risuonavano carichi di odio e di disprezzo. Non poteva guardarla, perché proteggeva gli occhi con il filo della sua arma.
I due si fronteggiavano, pronti a sferrare il colpo fatale. Solo il respiro di lui e il sibilare di lei. Fulminea la spada era calata sul capo di questa, separandolo di forza dal resto del corpo. La vittoria che portava la sconfitta. Attaccando il nemico, aveva rinunciato alla difesa, e quando il freddo acciaio era penetrato nelle carni della creatura, gli sguardi si erano incrociati.
Rimase così intrappolato, in una granitica posa plastica a fendente compiuto, soltanto per brevi istanti, finché la testa dell’avversario non rotolò fino ai suoi piedi per lì dissolversi. Quando fu toccato dalla causa della sua infermità, si sgretolò spargendosi sul pavimento. Ora le loro polveri erano mischiate, ora ciò che rimaneva degli amanti che furono, era di nuovo unito.
Alla prima folata di vento che si fosse alzata, sarebbero stati spazzati via entrambi, ma sarebbero volati via insieme.








